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Essere creativi, divenire cristiani

in I Religiosi in Italia – Rivista della Conferenza dei Superiori Maggiori.
n. 331/2002, pagg. 165-173

La crisi di creatività della cultura cristiana

 

Interrogarci su come essere creativi oggi nel mondo, in quanto cristiani, mi sembra di primaria importanza, in un momento in cui ci si domanda addirittura se il cristianesimo potrà avere un futuro nella società postmoderna[1], e quindi appunto se sarà capace di una nuova creatività storica e culturale.  Ma, se vogliamo tentare di rispondere seriamente a questi interrogativi, senza cioè rifugiarci in un atteggiamento retorico o apologetico, che, ad esempio, scarichi sempre fuori di noi (e della storia della Chiesa) la responsabilità della nostra impotenza spirituale, dobbiamo pensare più a fondo la condizione culturale in cui ci troviamo a vivere in quanto persone del XXI secolo. Ogni riflessione seria, su qualsiasi questione di una qualche rilevanza teorica, richiede oggi di essere collocata in un orizzonte storico di ampiezza secolare, se non millenaria, altrimenti rischiamo di sviluppare ragionamenti e propositi autoreferenziali, e cioè estranei alla situazione storico-esistenziale contemporanea, e quindi in definitiva del tutto svianti teoricamente ed inefficaci nella pratica. Spesso la cultura cristiana contemporanea dà proprio l’impressione di non rendersi veramente conto dell’ampiezza del travaglio epocale in cui siamo immersi, per cui le parole in cui continuiamo ad esprimerci risultano sempre più astratte e noiose, “rischiamo così di parlare davvero un’altra lingua, che solo pochi capiscono, c’intestardiamo a usare linguaggi ‘religiosi’ senz’accorgerci che abbiamo inevitabilmente sempre meno uditori, perché quei linguaggi, spesso fin troppo pii e logorati dall’uso, ma pure astratti e disarticolati dalla vita e dai suoi problemi, hanno un referente antropologico che non solo non è quello della cultura e della sensibilità attuale, ma che all’uomo d’oggi dice ben poco”[2] Per uscire da questa drammatica crisi di creatività linguistica, e quindi spirituale, io credo che sia necessario comprendere meglio innanzitutto come e perché ci siamo arrivati. In seguito vorrei delineare alcuni caratteri della crisi di creatività che attanaglia l’intero mondo odierno, e non solo l’area culturale cristiana, per vedere infine se la nostra fede nel Principio di ogni creazione, incarnato ormai pienamente nella nostra umanità, possa illuminare questa fase apparentemente oscura della storia ed aprirla ad uno sbocco di nuova e inaudita crescita creativa. L’ampiezza delle domande che, come dicevamo, oggi più che mai siamo chiamati a farci, mi costringerà a sintesi a volte estremamente veloci, di cui mi scuso in partenza. Il mio intento d’altronde non è quello di raggiungere una qualche completezza scientifica o argomentativa, ma di offrire al lettore alcuni stimoli e suggerimenti per scoprire o ampliare le fonti della propria creatività. Oggi cioè non mi sembra di primaria importanza offrire contenuti o programmi definiti di azione caritativa o apostolica, quanto piuttosto contribuire efficacemente  a smantellare le incrostazioni storico-culturali (e quindi psicologiche e in definitiva spirituali) che ci tengono separati dal Fuoco Creante, da quello Spirito che tutto sta ri-creando e che noi continuiamo a soffocare.

 

La creatività come valore tipicamente moderno

 

Essere creativi, secondo l’accezione più corrente, significa fare cose nuove, vedere problemi antichi in modo inedito o intuire questioni che ancora nessuno vede con chiarezza, per poi trovare soluzioni al di là di tutte le risposte fino a quel momento già acquisite. Essere creativi vuol dire cioè inserirsi in un determinato contesto storico in modo originale ma al contempo coerente e fedele alla traiettoria evolutiva della tradizione che si intende rinnovare: “Il criterio di originalità, presente in ogni attività creativa, non è sufficiente se è disgiunto da una legalità generale che consente all’attività creativa di essere riconosciuta da altri individui. L’accadere della creatività secondo regole è ciò che la distingue dall’arbitrarietà”.[3] Il vero creativo non è dunque il ribelle che infantilmente crede di distruggere la propria tradizione, quanto piuttosto l’artista che con amore e con furore vuole espanderne i confini ed inverarne i presupposti.

Questa particolare qualità dell’essere umano diviene sempre più centrale e determinante con l’avvento e l’affermarsi della modernità e dello spirito scientifico che “stimolò un senso nuovo dell’autonomia e della libertà creativa dell’uomo, della sua capacità di riplasmare questo mondo”[4]. Il valore e la stessa idea di una creatività umana si fondano infatti su due presupposti teorici che sono a fondamento di quella rivoluzione antropologica moderna, che è tutt’altro che compiuta, e cioè: l’ordine del mondo (cosmologico, politico, conoscitivo, e perfino morale) non è statico, non è definito una volta per tutte, ma è storico, si dà cioè temporalmente, attraverso una processualità di mutazioni sostanzialmente “rivoluzionarie” (dalla rivoluzione copernicana in poi); e l’uomo è inserito in questo processo storico con la propria libertà creativa, può cioè intervenire attivamente, non deve solo prendere atto di un mondo esterno sovrastante e bloccato e adeguarvisi, ma può interagire appunto creativamente col darsi storico del mondo. La creatività umana è dunque reale e radicale, in quanto la sua libertà è reale e radicale: l’uomo, si potrebbe anche dire, trascende il mondo. D’altronde se il sistema del mondo fosse chiuso in sé (bloccato in una necessità tragica e fatale, come il cosmo greco), che spazi di libertà autentica e quindi di creatività radicale avrebbe l’uomo? Naturalmente la piena comprensione dell’abisso della libertà creativa dell’uomo si appalesò molto lentamente ed esplose nella sua evidenza (almeno in alcuni ambiti del sapere) solo nel XX secolo, mentre in realtà è ancora ben lontana dall’essere divenuta coscienza comune, come vedremo. Ciò che vorrei per ora sottolineare è solo che ad un uomo del medioevo non poteva nemmeno venire in mente qualcosa di simile. In qualsiasi cultura premoderna infatti il compito dell’uomo non è e non può essere quello di essere creativo o innovativo, quanto piuttosto di riprodurre nel modo più fedele quei modelli di conoscenza e di vita che provengono dalla più veneranda antichità, dalle origini cioè, e che sostanzialmente riflettono su questa terra gli ordinamenti immutabili del cielo. Non è cioè la creatività a porsi al centro della formazione del vero uomo, del giusto o del saggio premoderni, quanto piuttosto l’obbedienza fedele alle regole e ai principi già dati. Da questo punto di vista la Chiesa cattolica del XVII secolo aveva le sue buone ragioni quando avvertì subito l’enorme pericolo che lo spirito della libera ricerca poteva rappresentare per ogni concezione statica  del cosmo, della società (civile ed  ecclesiale), o della vita in genere. La sua intuizione era giusta, anche se non molto lungimirante, in quanto se tutto incomincia a muoversi nell’infinito dei cieli, se neppure le stelle o i pianeti sono immobili e fissi, è molto probabile che prima o poi anche i Re-Soli o i Troni o le Cattedre di ogni potere verranno smobilitati anche sulla terra, costretti cioè a seguire il mutamento, o a scomparire. Cosa che inesorabilmente continua ad accadere appunto da 4 secoli.

 

 

La deriva nichilistica della creatività moderna

 

Credo che sia molto importante tenere presente questa terribile tensione che si è subito manifestata tra tradizione cristiana e creatività moderna nella nostra civiltà occidentale, in quanto è proprio questo scisma interno alla nostra cultura che da una parte spiega la crescente carenza di creatività culturale del cristianesimo storico fino agli odierni allarmi di estinzione, e dall’altra illumina le cause originarie dell’involuzione nichilistica, della perdizione potremmo dire, faustiana prima e frankensteiniana dopo, in cui è precipitato il progetto moderno di una creatività assoluta, arbitraria e senza radici. Non sarà venuto il tempo di riconiugare cristianesimo e creatività, e cioè di scoprire la loro intrinseca unità? Non è proprio il mistero dell’Incarnazione del Verbo Creativo nell’uomo a rendere pienamente possibile e pensabile la creatività radicale che la modernità ha rivendicato, e cioè la sovranità dell’uomo su qualsiasi legge fissa e perfino sulla struttura materiale del mondo? Non possiamo finalmente gridare tutti con Cristo: Io ho vinto il mondo? Ma andiamo per gradi. E chiediamoci adesso: in che condizione si trova oggi il progetto di nuova umanità avviato con l’epoca moderna? Molto in sintesi, in base alle esigenze della nostra riflessione, potremmo dire che tutte le grandi speranze di dominio scientifico-tecnico della natura e di liberazione politica dell’umanità, fondate sullo sviluppo della razionalità e della libera volontà dell’uomo, abbiano raggiunto straordinari successi, ma verificato anche orrori e fallimenti inenarrabili lungo il XX secolo, al punto che oggi ben pochi uomini sulla terra credono più nella assoluta positività della creatività umana, e infatti i grandi progetti di liberazione sembrano in buona parte paralizzati. La creatività moderna sta vivendo il suo mercoledì delle Ceneri, forse la sua fase purificativa, e intanto si riduce a forsennato produttivismo tecnologico. Sulla scena mass-mediologica del pianeta “creativo” è oggi il pubblicitario più che lo scienziato, lo stilista di moda più che il poeta, il programmatore di video-giochi più che il filosofo, il calciatore più che l’artista, e il comico più del politico. Mai come in questi ultimi venti anni ha dominato un così vertiginoso falso movimento, in cui tutto sembra mutare a velocità crescente, mentre la trasformazione avviene solo sui livelli più superficiali della proliferazione degli oggetti e delle telecomunicazioni. Nel profondo dei cuori vige un dolorosissimo blocco evolutivo, una vera e propria paralisi della creatività culturale autentica, quella cioè che tocca e modifica la autocomprensione di noi stessi, il nostro sguardo che trasfigura  il mondo.

 

 

L’essenza cristologica della creatività moderna

 

Io credo che la crisi di vitalità creativa della cultura cristiana e lo sbocco nichilistico in cui è precipitato il progetto moderno ci stiano spingendo verso una soluzione che è in realtà un vero e proprio scatto creativo, un salto evolutivo verso una nuova creatività storica consapevolmente fondata sul mistero dell’Incarnazione del Verbo Creante nell’uomo. In sintesi estrema potremmo enunciare questo concetto in questi termini: il progetto moderno di ri-creazione (conoscitiva e politica) del mondo da realizzarsi attraverso la libera operatività dell’uomo sta per scoprire la propria essenza intrinsecamente cristologica, il proprio sgorgare e rimanere entro quella storia della ri-creazione del mondo che da duemila anni chiamiamo storia del cristianesimo; e a sua volta il cristianesimo storico sta comprendendo sempre meglio che la creatività libera espressa dalla modernità manifesta in modo inedito proprio il cuore della speranza cristiana, e cioè che ormai l’uomo è libero da ogni determinazione coercitiva del mondo ed è anzi chiamato, in Cristo, a vincere e a trasfigurare tutte quelle strutture interiori o storiche che vogliano ancora sovrastarci. In forma paradossale potremmo dire che oggi noi cristiani non siamo più molto creativi in quanto non siamo ancora sufficientememnte “moderni”, e noi moderni non siamo più veramenre creativi in quanto non siamo ancora sufficientemente cristiani. La nuova creatività storica sta sgorgando infatti da una comprensione più radicale della verità del cristianesimo che illuminerà, purificherà, e porterà avanti il progetto moderno di liberazione dell’uomo. L’uomo sta per comprendersi come essere radicalmente creativo, un essere “che con il suo stesso passo genera i cammini sui quali posa i piedi”, come sintetizza bene l’epistemologo Mauro Ceruti[5]. Tutte le ricerche più avanzate del XX secolo hanno dissolto l’idea di un mondo oggettivo che l’uomo dovrebbe solo conoscere dal di fuori, per poi adeguarvisi. Oggi sappiamo che il mondo in un certo senso nasce continuamente nel nostro tentativo di guardarlo, di conoscerlo, e di interpretarne il senso. L’uomo cioè co-crea continuamente il proprio mondo: “La cognizione non è una rappresentazione di un mondo che esiste indipendentemente, ma è piuttosto una continua generazione del mondo tramite il processo della vita”[6]. Claudel avrebbe parlato della conoscenza umana come co-naissance, co-nascita di me e del mondo ogni volta che provo a dire che cosa sia la realtà e cosa sia io stesso, ma già Nikolaj Berdiaev aveva toccato il cuore della questione: “La verità non è un dato obiettivo: è una conquista creatrice, una scoperta dello spirito creatore, e non una conoscenza riflessa di un oggetto, dell’esistenza obiettivata. La verità non si confronta con una realtà predefinita, d’origine esterna; un tale confronto è impossibile: essa è la trasfigurazione creatrice di questa stessa realtà”.[7]

 

 

Riconiugare creatività e fede cristiana

 

Io credo che questo nuovo modello di umanità radicalmente creativa che emerge un po’ da tutto il pensiero del XX secolo costituisca proprio il punto di contatto, la rivelazione di parentela stretta tra creatività moderna portata fino in fondo e mistero cristiano della salvezza. Noi uomini infatti possiamo concepirci come radicalmente creativi (e cioè liberi fino al punto di operare liberamente sulla costituzione del mondo) solo all’interno della rivelazione ebraico-cristiana per la quale da una parte la persona umana è di per sé libera e creatrice, in quanto immagine attiva e cooperativa del Padre che è appunto per antonomasia il Creatore (trascendente dunque e superiore ai mondi che crea); e dall’altra, attraverso l’unione col Principio della Ri-Creazione universale incarnatosi nell’uomo in Cristo, ogni persona può essere ormai strumento libero e consapevole dell’opera della salvezza che sta appunto riplasmando (Prigogine forse direbbe ri-organizzando) il mondo e l’intera umanità. In quanto moderni dobbiamo comprendere perciò che la più radicale creatività umana consiste nell’aderire al Principio della Ri-creazione in atto, e che quindi la più alta libertà creativa sgorga innanzitutto da un atto di umile ascolto, da un’attitudine mariana di ricezione, di custodia, di gestazione, e di pro-creazione. Solo così riconiugheremo creatività libera e obbedienza al Principio,  preservando la creatività umana da tutti quegli orrori che ha prodotto e continua a produrre allorché è lasciata all’arbitrio di chi ha perduto ogni contatto col Principio vivente della creazione. Dobbiamo comprendere e sperimentare che l’atto creativo radicale (quello cioè che realmente vince e trasfigura un qualche aspetto coercitivo e bloccato del mondo) non è mai arbitrario, ma sgorga sempre da una legge fuori di ogni legge, da un vincolo di amore che stringe ma non costringe, dalla ricezione fedele di una vita che innanzitutto ri-crea la nostra persona, e che noi cristiani chiamiamo Spirito dell’amore, Spirito di Dio, Spirito della Trans-Figurazione (appunto della ri-creazione) dell’uomo e del mondo.

 

Certo non sarà breve il tempo necessario affinché i fisici e gli scrittori, i politici e gli artisti dell’Occidente comprendano di essere tanto più cristiani quanto più sono radicalmente creativi e liberi fino in fondo; ma intanto come agisce in ambito cristiano l’impatto dell’idea che la spiritualità dell’incarnazione sia intrinsecamente creativa? Che cioè la creatività non sia un’attitudine in più da sviluppare, ma l’essenza stessa dell’esperienza spirituale cristiana? Questa idea, come dicemmo all’inizio, è relativamente nuova per la tradizione cattolica, che infatti solo da alcuni decenni sta rivedendo il proprio atteggiamento antimoderno (e quindi anticreativo), aprendosi ad una concezione più dinamica della storia. Per la prima volta durante il Concilio Vaticano II il concetto tutto moderno dell’aggiornamento e della mobilità dei vari ordini (sociali, politici etc) venne visto con sguardo di simpatia: “il genere umano passa da una concezione piuttosto statica dell’ordine, a una concezione più dinamica ed evolutiva”.(Gaudium et Spes n.5g) Ma siamo ancora ben lontani dal comprendere fino a che punto la dinamicità evolutiva degli ordini storici possa trasformare gli stessi assetti della Chiesa. Insomma cosa sta diventando il cristianesimo sempre più preso nel vortice della trasformazione creativa che esso stesso è? A quali trasformazioni sono chiamate le chiese cristiane se si abbandoneranno sempre più gioiosamente a quel processo di alleggerimento e di liberazione che la modernità, nella sua carica evolutiva tutta cristiana, induce e fomenta senza tregua? Lasciamo che a queste domande risponda il travaglio storico-ecclesiale del prossimo secolo, ma è importante comprendere intanto che questo è in fondo l’unico vero problema da affrontare: come diventare più cristiani e quindi più creativi; e come diventare veramente creativi, pro-creatori di un mondo rinnovato, e quindi più cristiani.

 

 

 

Come formare cristiani creativi?

 

Il problema all’ordine del giorno perciò mi sembra ancora una volta quello formativo: come possiamo formare innanzitutto noi stessi a questa fede radicalmente creativa? Come si educa in generale una personalità creativa, capace di rompere gli schemi, di inventare soluzioni nuove? Su queste problematiche esistono già amplissime ricerche, io qui mi limiterò a brevi spunti sulla figura del credente-creativo che mi sembra emergere sia pure a fatica dal travaglio dei nostri tempi[8] :

  • Innanzitutto il nuovo creativo-cristiano è una persona spirituale che rinnova e approfondisce ogni giorno il proprio contatto con lo Spirito che lo ri-crea e lo rende così agente della Ri-Creazione universale; egli è cioè essenzialmente un contemplativo: la sua creatività sgorga dall’unione sempre riconquistata con il Cristo Ri-creatore;
  • da questo contatto rinnovato ad ogni ora il credente-creativo impara a destrutturare sempre più profondamente le proprie difese egoiche, i propri mascheramenti (anche ecclesiali), e così coopera anche alla dissoluzione di tutte le residue strutture egoiche della nostra fede: il vero contemplativo cristiano è cioè sempre un sovversivo rispetto a tutti i sistemi bloccati, a tutte le prigioni (fisiche o psichiche) del mondo, e all’interno della chiesa è necessariamente un riformatore: riformando se stesso riforma tutta l’assembea;
  • attraverso questo inesausto lavoro psicologico, spirituale, e culturale, il credente viene educato alla più autentica libertà, che implica sempre ricerca autonoma, rischio personale nelle scelte, piena e adulta responsabilità; solo così il credente-creativo impara ad inserirsi appunto in forma creativa, e cioè con forza e autorevolezza, nei vari contesti esistenziali e storici in cui si trova a vivere; educare alla creatività significa cioè educare alla libertà;
  • educare alla creatività significa anche formare alla singolarità, all’essere se stessi, individui fino in fondo, chiamati a dire la propria parola assumendosi tutti i rischi del caso, e qui certamente si toccano parecchi punti di attrito con la formazione religiosa tradizionale, la quale è spesso orientata ancora sui parametri medioevali dell’obbedienza e della sotto- missione, piuttosto che sullo sviluppo della  creatività che è sempre singolare;
  • educare alla creatività significa infine formare alla critica esigente, alla volontà di ricominciare sempre daccapo e di mettere in discussione ogni valore acquisito; questo comporta come è evidente un continuo pericolo di sviluppare attitudini individualistiche, narcisistiche, egoistiche o infantili: un pericolo d’altronde inevitabile, che va quindi corso, incrementando la consapevolezza su questo punto e il primario contatto contemplativo col Principio della nostra ri-generazione che ci ridà continuamente la misura realistica di noi stessi, e quindi l’umiltà e la mitezza necessarie per operare l’azione critica sempre “con attrezzi nuziali”, come diceva il poeta René Char, e cioè con spirito di amore unitivo.

 

In definitiva formare cristiani-creativi è un grosso pericolo per tutto ciò che nella nostra interiorità o nei nostri assetti storici ha paura di giocare le certezze acquisite per amore di qualcosa di più alto e di più grande che vuole accadere sulla scena ormai planetaria, globalizzata, della storia dell’uomo. Non credo d’altronde che esistano alternative evolutive per la Chiesa: dobbiamo correre consapevolmente, e nella luce della fede, questo pericolo, che in realtà è una grazia di conversione e di trasfigurazione. Siamo entrati in una fase di straordinaria sperimentazione antropologica, stiamo edificando una nuova figura di umanità, e noi cristiani dovremmo trovarci sulle frontiere di questa avventura, non più sulle retrovie a difendere castelli di sabbia o scene di un teatro irrimediabilmente passato di moda. C’è ancora molta resistenza, anche comprensibile, verso queste esigenze ineluttabili di ricominciamento, molti cristiani si illudono di “restaurare i confini il più rapidamente e chiaramente possibile con delle misure amministrative”, come scriveva già nel 1963 Karl Rahner. Ma questa traiettora difensiva, precisava il teologo tedesco, ci incamminerebbe verso una chiesa-ghetto: il cristianesimo diverrebbe (ma in tante sue espressioni non lo è già?) una setta, sempre più ostilmente e paurosamente separata dalla società in cui vive, e sempre più incapace di trasformarla da dentro. Per evitare questa deriva fallimentare io credo che dobbiamo appunto esprimere tutta la creatività, tutta la modernità, tutta la rivoluzionarietà della nostra fede, smantellando dentro di noi e fuori di noi tutto ciò che ormai è solennemente morto e può quindi essere tranquillamente sepolto: “La Chiesa quindi, proprio in quanto Chiesa, è l’istituzione della lotta contro tutto ciò che è semplicemente istituzionale e pretende di essere sostituto e rappresentante di Dio; se rivoluzione è negare bellicosamente che una determinata cosa delimitata sia la realtà definitiva, la Chiesa è la rivoluzione in permanenza”.(Rahner) Più questo spirito, che è poi semplicemente lo Spirito di Cristo, diverrà visibile e operativo, più sapremo creare luoghi di incontro, crocevia, comunità, gruppi che sperimentino la trasformazione in corso con gioia e potenza spirituali, dando corpo e voce all’Uomo Nascente, e più saremo anche in grado di ascoltare le domande, i bisogni, il grido che sale dal travaglio dell’umanità e di corrispondervi con forza e generosità davvero creative.

 

 

Marco Guzzi

[1] Si cfr., ad esempio, l’ultimo volume di Franz-Xaver Kaufmann,  Quale futuro per il Cristianesimo, Queriniana 2002, e anche il mio L’Ordine del Giorno – La coscienza spirituale come rivoluzione del XXI secolo, Paoline 1999.

[2] Amedeo Cencini in AA.VV. Condivisione dei carismi – Anima e vita della Chiesa (Atti del convegno di Animazione della Vita Consacrata della CISM) Il Calamo 2001 pag. 69

[3] U. Galimberti, Dizionario di Psicologia, Garzanti 1999, pag. 261

[4] Si cfr. la voce “secolarizzazione” di L. Gilkey nella Enciclopedia del Novecento, vol VI pag.417.

[5] M. Ceruti, Evoluzione senza fondamenti, Laterza 1995, pag. 52

[6] F. Capra, La rete della vita, Rizzoli 1997, pag. 295

[7] N. Berdjaev, Verità e Rivelazione, Rosenberg & Sellier 1996, pag. 52.

[8]  Per qualche approfondimento rinvio ai miei scritti  Per una nuova stagione di sperimentazione della fede, presente nel già citato volume Condivisione dei carismiPer rinnovare a fondo la vita spirituale e comunitaria oggi, in Religiosi in Italia, n.325 del 2001; e al volume  Cristo e la nuova era, Paoline 2000.