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Darsi Pace

La nuova relazione con sé e con gli altri
in Vivere la relazione
Grafo Edizioni 2004, pag. 43-49

Un tempo insostenibile e il bisogno di darsi pace

 

  1. Il nostro tempo è attraversato da un fortissimo anelito di ricominciamento.[1] Tutti avvertiamo, sia a livello delle nostre esistenze personali che a livello storico e planetario, che siamo arrivati ad un punto critico decisivo, di svolta, di necessaria revisione radicale. Molte idee, costumi, forme dell’identità, linguaggi, abitudini mentali e comportamentali del passato, infatti, non reggono più, sembrano del tutto esauriti, e producono perciò situazioni insostenibili. L’insostenibilità di conseguenza diventa la categoria generale per qualificare la natura del nostro tempo. Una insostenibilità non solo ecologica o dovuta agli squilibri economici tra nord e sud del mondo; ma anche psicologica, calata ormai fino in fondo nelle nostre vite quotidiane, nei nostri orari di lavoro, nei nostri ritmi urbani sempre più patologici. Questa insostenibilità globale crescente indica come un termometro la gravità della nostra malattia, e l’urgenza di trovare una cura, una terapia per l’uomo e per il mondo. Stiamo in altri termini sempre peggio con noi stessi e con gli altri, col nostro ambiente naturale, col cielo e con la terra, e abbiamo perciò urgente bisogno di sperimentare relazioni interiori, personali, ma anche storico-culturali, politiche, e addirittura cosmiche, nuove e creatrici di vita. Questa nuova modalità relazionale (con se stessi e con gli altri: intra- e interpersonale), che urge in noi per dare nuovo inizio alle nostre esistenze e nuovo slancio progettuale alla storia del pianeta, la chiameremo darsi pace. La tesi che vorrei sostenere è che siamo arrivati storicamente ad un punto di svolta in cui o impariamo a darci pace o ci distruggeremo. Darsi pace sta cioè diventando un imperativo di sopravvivenza, sia psichica che planetaria, un vero e proprio ultimatum. Abbiamo tutti urgente e inderogabile bisogno di darci pace, di riceverla e di custodirla dentro noi stessi, di concedercela una buona volta, e così di potercela anche scambiare vicendevolmente, di darcela gli uni agli altri. Questa è l’unica cura di cui ciascuno di noi e il mondo nel suo complesso ha urgente bisogno.

 

  1. La percezione di trovarci in un momento singolare e ultimativo della storia, in cui un’intera civiltà, addirittura una figurazione antropologico-culturale complessiva giunge alla propria consumazione, e ci si protende quasi a tentoni verso una trans-figurazione del volto dell’umanità, questa consapevolezza escatologica di vivere una soglia finale/iniziale dei tempi, attraversa d’altronde con accenti diversi, ma concordemente, tutto il XX secolo. Jung come Einstein, Heidegger come Ungaretti, Freud come Bonhoeffer, Simone Weil come Teilhard de Chardin, Giovanni XXIII come Giovanni Paolo II ci ripetono che ci troviamo effettivamente in un punto cruciale della vicenda storica dell’umanità, in cui un certo modo di essere uomini, e cioè la modalità autodifensiva e bellica della nostra soggettività, quel credere di essere qualcosa (un io, un popolo, una religione etc.) proprio separandosi e opponendosi agli altri, si sta sfaldando nelle tragedie delle guerre mondiali, interiori e planetarie, che comunque produce; mentre la nuova umanità appena nascente stenta ancora a riconoscersi e a svilupparsi adeguatamente. Scriveva a tal proposito Martin Heidegger intorno agli anni ’50 del secolo scorso: “L’epoca a cui manca il fondamento pende nell’abisso. Posto che, in genere, a questa epoca sia ancora riservata una svolta, questa potrà aver luogo solo se il mondo si capovolge da capo a fondo, cioè se si capovolge a partire dall’abisso”[2]. Più o meno negli stessi anni il teologo cattolico Romano Guardini precisava: “Con assoluta certezza si può dire che da ora innanzi comincia una nuova era della storia. Da ora in avanti e per sempre l’uomo vivrà ai margini di un pericolo che minaccia tutta la sua esistenza e continuamente cresce”[3]. Ma poi Guardini ci dice anche che questo confronto con i “pericoli estremi” ci apre anche alle “possibilità più alte” della nostra umanità.

In tal senso, come abbiamo già detto, la costruzione della pace, cui siamo chiamati, sta diventando una evidente necessità di sopravvivenza. Non è più soltanto un’esigenza morale o spirituale, ma un’urgenza biologica, psicologica, ecologica. Ed è proprio questa evidenza storico-concreta della necessità di un profondo ricominciamento antropologico che determina la apocalitticità radicalmente propizia di questo nostro momento estremo.

 

  1. Questa condizione estremamente dinamica e metamorfica del tempo mette in fibrillazione, e cioè in crisi, tutte le figure di identità con cui ci siamo identificati per secoli. Ogni modalità storica del nostro essere: essere maschi o femmine, cristiani o laici, insegnanti, scrittori o casalinghe, italiani, europei o abitanti del pianeta, essere di destra o di sinistra, e così via, chiede di essere riformulata a partire dalla nuova necessità di pacificazione che sta emergendo. In un certo senso siamo tutti chiamati a ricominciare daccapo e a chiederci: il modo in cui io vivo il mio essere cristiano, marito, moglie, medico, politico, etc. costruisce relazioni di pace intorno a me e stati di pacificazione dentro di me? Oppure fomenta l’odio, la discordia, la disarmonia, e quindi la distruzione di cui poi tutti ci lamentiamo? Questo sarà il nuovo setaccio, politico e spirituale al contempo, del XXI secolo. La novità del secolo che si apre consisterà, io credo, nel comprendere sempre più profondamente che il livello psicologico-spirituale della trasformazione pacificatrice non è più dissociabile dal livello politico-progettuale che chiede urgenti interventi di riequilibrio planetario. I due piani, psico-esistenziale e storico-planetario, premono insieme verso la necessità di una profonda revisione nel senso del darsi pace. Ciò che però raramente viene sottolineato, anche all’interno dei movimenti pacifisti contemporanei, è che a noi umani darci pace non viene affatto naturale, ma è frutto di un inesausto lavoro interiore su noi stessi, che si sappia poi tradurre in un impegno creativo incessante sul piano storico concreto. Allora il problema odierno, all’ordine del giorno della sopravvivenza personale e planetaria, eppure ancora ben poco preso in debita considerazione, è questo: come possiamo concretamente darci pace? Quale relazione posso instaurare innanzitutto con me stesso per trasformarmi progressivamente in un autentico costruttore di pace?

Qui ci connettiamo inevitabilmente con le grandi sapienze spirituali, e in particolar modo con la tradizione cristiana, che hanno da sempre sviluppato proprio questo tipo di itinerari, irrorate però e come ravvivate dalle conoscenze che il 900, psicologico ma anche artistico, filosofico, e direi perfino scientifico, ci ha donato. Questa coniugazione tra l’itinerario iniziatico e sacramentale della Chiesa (di per sé finalizzato proprio a dare pace) e le nuove conoscenze sviluppate dalle culture della modernità, costituisce d’altronde proprio uno degli aspetti della novità di questo momento storico-destinale. Sull’importanza in particolare della coniugazione tra cammino spirituale e autoconoscimento psicologico i pronunciamenti della Chiesa sono sempre più numerosi a partire dalle aperture conciliari (Cfr. Gaudium et spes n.62b) fino al Direttorio Generale per la Catechesi (1997), che chiede al catechista di conoscere “i dinamismi psicologici che muovono l’uomo, la struttura della personalità, i bisogni e le aspirazioni più profonde del cuore umano, la psicologia evolutiva e le tappe del ciclo vitale umano, la psicologia religiosa e le esperienze che aprono l’uomo al mistero del sacro”(n.242).

 

 

 

 

Darsi pace significa diventare se stessi

 

  1. Qui ci accontenteremo di delineare in estrema sintesi lo schema in tre fasi (peraltro sempre ricorrenti) di quel processo continuo di autoconoscimento che ci può condurre progressivamente a darci pace[4].

 

  1. Riconoscere le nostre maschere e le nostre difese.

Quando incominciamo a guardare dentro noi stessi, utilizzando anche gli strumenti che la ricerca psicologica ci offre, e così impariamo ad osservarci non solo nei nostri comportamenti, ma anche nella formulazione dei nostri pensieri e nell’insorgere in noi delle diverse emozioni, scopriamo che molto spesso noi non siamo noi stessi, ma agiamo in modo falso e forzato. L’indagine introspettiva ci mostra che in molteplici occasioni noi rivestiamo, tra l’altro di frequente senza neppure rendercene conto, una specie di maschera che si è andata formando in noi fin dalla prima infanzia come una sorta di strategia difensiva che continuiamo a praticare. Questo sottile, e spesso inconsapevole, mascheramento possiede due aspetti fortemente negativi: innanzitutto esso è la fonte primaria della nostra inautenticità, ed inoltre fomenta ogni tipo di conflitto: l’io in guerra con se stesso infatti non può che produrre guerra intorno a sé.

Un buon lavoro di ascolto di sé e di autoosservazione, messo in opera in questa direzione, e coadiuvato dalla solidarietà di una persona più esperta e possibilmente di un gruppo, può aiutarci enormemente a liberarci da tante strutture interiori di falso perfezionismo, da tanti sensi di colpa nevrotici, da tante false accondiscendenze e false amorevolezze, o spinte ribellistiche, che continuano a rovinare le nostre esistenze e ad avvelenare le nostre relazioni. Col tempo comprendiamo sempre meglio le cause remote di questi nostri mascheramenti difensivi, riscopriamo emotivamente le antiche ferite infantili che li produssero, e riconosciamo i terribili effetti che hanno avuto lungo tutta la nostra esistenza. Comprendiamo cioè che forzandoci e violentandoci abbiamo ottenuto solo insoddisfazioni e fallimenti, creando intorno a noi continui conflitti e ulteriore sofferenza, mossi magari dalle migliori intenzioni. L’esame di coscienza si fa così molto più approfondito, arriviamo a vedere le nostre sottili e ramificatissime distorsioni belliche magari proprio lì dove ci illudevamo di coltivare la parte migliore di noi stessi. Scopriamo, a volte con sgomento, ma poi con nuovo senso di liberazione nella verità, che tutti i rapporti che costruiamo sulla base di queste strategie difensive sono in sostanza guerre camuffate, nutrite di un odio che ha imparato magari a rivestirsi di cortesia formale o di glaciale rispetto delle regole. Scopriamo in altri termini che se non ascoltiamo fino in fondo noi stessi, se cioè non impariamo ad accettarci e ad amarci così imperfetti come siamo, e perciò continuiamo a mascherarci, non possiamo che rifiutare ascolto e comprensione a tutti quelli che incontriamo: nello stesso modo in cui ascolto (accetto/amo) me stesso, ascolterò (accetterò/amerò) gli altri. Tutto ciò risulta straordinariamente evidente nell’autoosservazione psicologica spiritualmente illuminata, e ci spinge perciò a sempre più radicali conversioni.

 

  1. b) Il confronto con la nostra ombra: ostilità e paura

Nel processo di autoconoscimento scopriamo poi che ogni volta che in noi si aziona l’antico programma di mascheramento difensivo, ogni volta cioè che forziamo la nostra vera natura, fingendoci accondiscendenti, distaccati, superiori o altro, noi accumuliamo dentro di noi forti cariche di ostilità, di risentimento, di rabbia, o di vero e proprio odio. Nell’itinerario dell’ascolto di noi stessi incontriamo sempre ben connessi, come due facce della stessa medaglia, la nostra maschera e la nostra ombra, che dobbiamo anch’essa imparare ad ascoltare senza troppa vergogna o paura. In tal modo ci si manifesta quanto odio, in realtà, e quanto risentimento abbiamo accumulato dietro i nostri atteggiamenti di amorevolezza o di tolleranza o di “lotta per la pace”. Questo continuo lavoro per ascoltare, e cioè far emergere, riconoscere, accettare, e prendere finalmente in cura, tutta la rabbia, la paura, la vergogna, l’odio, e il conseguente senso di colpa, che abbiamo accumulato dentro fin da bambini, a causa di ferite del nostro amore che abbiamo subìto e magari rimosso, è uno spurgo fondamentale, attraverso il quale ci liberiamo di antiche e terribili infezioni spirituali. Paradossalmente più riuscirò a riconoscere tutta la paura che c’è in me, e più diventerò veramente coraggioso; e più riconoscerò umilmente tutto l’odio che mi abita, e più imparerò ad amare senza forzature perfezionistiche e farisaiche. In fondo è il principio stesso della confessione, in base al quale veniamo perdonati solo di ciò che riconosciamo come errore e distorsione.

Inoltre l’ascolto terapeutico, e quindi non giudicante, delle nostre negatività, è il presupposto indispensabile affinché io possa poi accogliere e ascoltare anche l’altro nei suoi limiti e nelle sue negatività senza immediatamente condannarlo e fargli guerra. In tal senso il lavoro interiore è direttamente operativo sul piano relazionale, agisce quindi sul corpo vivo della città,  ed è perciò tanto spirituale quanto politico.

 

  1. c) Dietro le maschere e le ombre sorge il mio Uomo di Pace

E’ proprio questo continuo e pazientissimo ascolto, riconoscimento, e attraversamento sia delle mie rigidezze egoiche (e cioè dei miei mascheramenti difensivi), che delle mie emozioni distruttive retrostanti (e cioè delle mie ombre più nere) che mi consente di entrare in contatto sempre più intensamente col cuore del mio vero essere, con quella terza dimensione, con quell’Amore sorgivo che è in me, e che vuole divenire tutto il mio essere, manifestare cioè a me stesso chi sono io come essere che dà la pace. Dino Campana descrive così l’attingimento sempre gaudioso di questo stato di grazia, in cui siamo chiamati ogni volta a ritrovare la fonte del nostro essere e del nostro agire ri-generati nella pace:

 

poi che nella sorda lotta notturna

La più potente anima seconda ebbe frante le nostre catene

Noi ci svegliammo piangendo ed era l’azzurro mattino:

Come ombre d’eroi veleggiavano

De l’alba non ombre nei puri silenzii

De l’alba

Nei puri pensieri

Non ombre

De l’alba non ombre

Piangendo: giurando noi fede all’azzurro”.

 

In termini cristologici potremmo dire: sotto tutte le incrostazioni del nostro uomo vecchio noi incontriamo l’Uomo Nascente, il Cristo Vivente che ci dà la sua pace affinché ne facciamo l’energia per la ri-creazione del mondo.

Questo cammino che approfondisce ad un nuovo livello il mistero della nostra nascita dall’alto ci trasforma dunque lentamente in persone che concretamente si danno la pace: persone che ricevono ad ogni istante, attraverso le proprie tenebre diradate, la pace dell’Uomo Nascente[5], e la ricevono come il loro vero essere: l’ordine della loro vera vita, e che poi imparano a scambiarsela vicendevolmente, lasciando che cresca in loro, e tra di loro, e nel mondo come ordine divino-umano, Regno di Dio.  Il processo di trasformazione personale diviene così la dinamo di una trasformazione storico-collettiva, la forza di  quel nuovo inizio che preme come esigenza di una inedita e davvero globale cultura della pace.

 

Marco Guzzi

 

[1] Per approfondire le tematiche di questa relazione mi permetto di rinviare ai miei volumi L’Ordine del Giorno – La coscienza spirituale come rivoluzione del nuovo secolo, Ed. Paoline 1999;  Cristo e la nuova era – Perché diventare cristiani proprio ora, Ed. Paoline 2002, e La profezia dei poeti, Moretti e Vitali 2002.

[2] Sulla concezione heideggeriana del rivolgimento epocale in atto cfr. M. Guzzi, La Svolta – La fine della storia e la via del ritorno, Jaca Book 1987.

[3] R. Guardini, La fine dell’epoca moderna (1950), Morcellina 1979, pag. 88.

[4] Da vari anni conduco gruppi sperimentali presso l’Università Salesiana, in cui tentiamo di favorire questi processi interiori, nell’orizzonte di una riconiugazione tra fede cristiana e modernità. Nel marzo del 2004 uscirà, presso le Paoline, il primo volume/manuale di questo lavoro, che si intitolerà appunto Darsi pace.

[5] Si cfr. M. Guzzi, L’Uomo Nascente – La trasformazione personale alle soglie del nuovo millennio, RED 1997.