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Tsunami

Il male del mondo e la nostra speranza

1. L’onda terribile dello tsunami ci ha posti tutti di nuovo dinanzi al mistero della nostra fragilità. Di nuovo le acute domande sul senso della presenza umana sulla terra hanno inquietato le coscienze di credenti e di non credenti. L’azione spietata della natura infatti non ci interroga solamente sul senso del male non umano, ma sul senso stesso della nostra vita nel suo complesso: che senso hanno infatti tutti i nostri sforzi, le nostre fatiche quotidiane, i millimetrici miglioramenti interiori o storici, quando un maremoto in un istante può distruggere centinaia di migliaia di esistenze? Sembra non esserci proporzione tra la reiterata volontà di costruzione, che abita il cuore umano, e la potenza di annientamento della natura nel suo agire cieco e casuale. E allora vengono in mente i versi di Leopardi: “Non ha natura al seme/ dell’uom più stima o cura/ ch’alla formica”. Come una pigna, cadendo dall’alto, schiaccia e distrugge un intero formicaio, così è sufficiente un terremoto o un’eruzione vulcanica per cancellare dalla terra interi popoli con tutte le opere del loro lavoro e del loro ingegno. Non resta, per Leopardi, che la solidarietà tra gli uomini infelici, non resta che federarsi contro la vera nemica, che è la natura “che de’ mortali/ madre è di parto e di voler matrigna”. Non resta che questo? Non abbiamo altro da dire? Altro da sperare? All’essere umano non è dato altro che lo sbigottimento terrorizzato davanti all’assurdo e la solidarietà con i sopravvissuti di turno? Nelle settimane dopo la catastrofe del Sud-Est asiatico effettivamente abbiamo ascoltato quasi solo voci leopardiane.

2. Per la coscienza scientifico-materialistica moderna la natura è regolata da leggi del tutto estranee a ciò che per l’uomo ha valore. Una stella esplode in un angolo dell’universo, un continente sprofonda negli abissi di un oceano, un’intera civiltà sparisce a seguito di un mutamento climatico, i dinosauri vengono annientati, tutto ciò non ha alcun significato, umanamente parlando. L’uomo è abbandonato in un universo senza cuore, e questo stato di abbandono determina quell’angoscia fondamentale che è, secondo Freud, il sentimento di base che ci accompagna. Ognuno di noi è un progetto gettato nel mondo, per dirla con Heidegger:perciò ci sentiamo un po’ tutti perduti e abbandonati. E tutto in effetti sembra confermare, e dare credito a questa prospettiva. Ma per chi crede e spera in Dio il confronto con il mistero del male diventa ben più complesso. Non crediamo infatti in un Dio che è il Creatore benevolo di tutte le cose? Che si prende cura personalmente di ognuno di noi con premura materna? Non crediamo in una sostanziale bontà della creazione, che non è per nulla indifferente all’essere dell’uomo, ma, anzi, fin dall’inizio, è posta al servizio della creatività umana? Certo, questa creazione, in base al racconto biblico, ha subito una distorsione fondamentale, è precipitata in uno stato di corruzione, in cui il male, la malattia, e la morte hanno potuto proliferare e dar vita ad infinite forme di creazione degenerata; ma il mistero dell’Incarnazione non ha avviato, sia pure in modo embrionale, processuale e a volte quasi invisibile, un dinamismo di ri-generazione a partire dal Principio, e quindi di guarigione e di salvezza? Insomma che cosa mi è lecito sperare come cristiano? Posso sperare che Dio esaudirà le mie preghiere, come mi promette Gesù (Matteo 7,7)? Oppure tutte le promesse del Cristo: guarirete, troverete, farete opere più grandi delle mie, niente vi sarà impossibile (Matteo 17,20) etc.; sono metafore, e l’unica verità è la nostra insuperabile impotenza? Qui noi credenti dovremmo ogni volta tentare una qualche chiarezza, dovremmo avere il coraggio di fare le nostre domande fino in fondo, di questionare con Dio come Giobbe, invece di occultare le contraddizioni e le inquietudini in cui ci dibattiamo. Non possiamo insomma predicare la domenica mattina l’onnipotenza benevola di Dio entro la sua creazione, e il lunedì nasconderci dietro l’assurdità imperscrutabile della natura. Dio ama l’uomo che lo affronta apertamente e non i troppi apologeti pronti a dire il falso “in difesa di Dio” (Giobbe 13,7), o più propriamente in difesa delle loro poco convincenti immagini di Dio.

3. Signore, è tempo perciò di parlare con te, direttamente con te, davanti ai morti e al dolore che ci stringe da ogni parte. Donami quel tanto di luce che mi consenta di seguire un cammino non illusorio. La prima cosa che mi è chiara è che Tu non puoi volere il male in nessuna forma e per nessun motivo, perché tu sei Luce e Bene, in te non ci sono tenebre. Se ci sei Tu, il male in ogni sua forma non può che svanire. Se ci sei Tu, c’è vita, guarigione, salvezza, come ci insegna Gesù, quando mostra i segni esorcistici e terapeutici che andava facendo come evidenti segnali della presenza del Regno di Dio (Luca 7,22). Tu, dunque, Signore, non puoi nemmeno servirti del male a fin di bene: Tu non ci mandi le croci, non ci torturi per il nostro bene, non sei cioè il segreto mandante di Satana. Siamo noi che ci siamo costruiti questa immagine ben poco divina di Te, per legittimare i nostri comportamenti antievangelici, la nostra persistente volontà di distruggere i nemici, il nostro odio omicida più atavico. Tu viceversa il dolore lo togli, non ce lo infliggi mai. Tutta l’azione di Gesù è finalizzata a togliere il male, ad alleviare i dolori, a guarire ogni tipo di infermità, senza condizioni e senza misura. Dinanzi al servo del centurione che “soffre terribilmente”, tu non chiedi nulla, non fai di certo sermoni sulla funzione purificativa della sofferenza, ma rispondi prontamente “Io verrò e lo curerò”(Matteo 8,7). Se in questo stato transitorio e finale della creazione, che per noi cristiani restano comunque “gli ultimi giorni”, un certo male non può essere tolto, Dio lo assume su di sé, lo sopporta con noi, lo patisce in noi, lo subisce insomma, non lo “permette”. La necessità di questo male non si radica cioè nel volere di Dio, ma nelle leggi spietate di questo mondo che sta comunque crollando. Lo stesso concetto di rigida e sovrastante necessità non appartiene infatti al regno di Dio, in cui l’uomo gode della libertà di chi è immagine del Creatore, e quindi creativo anch’esso in senso radicale. La rigida necessità appartiene invece al regno della schiavitù, in cui l’essere umano è posto sotto il dominio della morte e del suo signore, il diavolo (Ebr. 2,14-15). Se Gesù doveva soffrire (Matteo 16,21), questo non era dovuto ad un decreto necessitante della volontà di Dio, ma al residuo dominio satanico su questa struttura di mondo, che sta comunque passando. Io posso perciò credere e sperare in un altro sistema di mondo e in un’altra modalità di essere uomo, in cui la violenza omicida e il potere sovrastante della natura stanno già svanendo, insieme all’odio umano che produsse e alimentò la nostra impotenza. Io posso già da ora collaborare a costruire un diverso sistema di relazioni (tra me e gli altri, ma anche tra me e il creato) che letteralmente non è di questo mondo, ma che trova nel mistero stesso di Dio, rivelatosi pienamente nell’umanità di Gesù, il suo fondamento eterno. Io posso sperare perciò in un mondo senza tsunami e senza morte, in cui non ci sarà più alcuna necessità coercitiva, ma solo la libertà creativa dei figli di Dio, che già da ora possono operare i loro miracoli di liberazione-guarigione, accelerando la fine di questo mondo. Nel lungo frattempo millenario tra il già e il non-ancora della redenzione dell’uomo e del cosmo, il credente può dunque combattere, unito allo Spirito di Dio, contro ogni forma di dolore e di morte eliminabili, tentando di attraversare il dolore ineliminabile alla luce della speranza pasquale. Non siamo cioè né onnipotenti né impotenti, come Gesù ci ha mostrato: c’è il momento del miracolo possibile, della guarigione, e perfino della signoria sugli elementi della natura, ma c’è anche il momento della croce. Tutto però è comunque orientato verso la Pasqua, verso la nuova vita di resurrezione. Possiamo diventare perciò i cuori pensanti e colmi di speranza entro la baracca di questo mondo che crolla, i cuori che sognano il sogno di Dio, e cioè una vita veramente umana, pienamente umana, una realtà cosmica non più ostile nei nostri confronti, ma flessibile di fronte alla nostra volontà riallineata con quella del Creatore, un mondo in cui

Non ci sarà più la morte,
né lutto, né lamento, né affanno,
perché le cose di prima sono passate
(Apocalisse 21,4)