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Per una poetica della gioia

L’eredità poetica del XX secolo

1. Vorrei iniziare questa mia riflessione con una domanda molto semplice : ma che cosa può offrire la parola poetica ad una società umana che trabocca di parole e di messaggi di ogni genere ? Questo semplice interrogativo apre in realtà ad una interrogazione molto complessa sulla fase storico-destinale che stiamo attraversando e sul ruolo che la parola veramente creativa può svolgere in un contesto di transizione antropologico-culturale come la nostra. Questo tipo di interrogazione radicale intorno alla sensatezza “residua” presente nelle varie prassi conoscitive o artistiche, dalla filosofia alla critica letteraria, dalla politica alla comunicazione sociale, dalle arti figurative alla spiritualità, è quasi sempre evitato nei diversi circuiti disciplinari che preferiscono proseguire nelle loro routines autoriproduttive, accumulando disinteresse e noia.
La carenza ormai strutturale di un pensiero critico capace di andare a interrogare i fondamenti stessi su cui poggiano le varie attività creative, determina poi l’attuale superficialità e superfluità di gran parte del dibattito culturale, in quanto ciò che stiamo vivendo è proprio la (quasi) mai interrogata mutazione, fluidificazione e rigenerazione di quei fondamenti, come tutti gli ingegni più intuitivi di questo secolo ci hanno insegnato in ogni settore della creatività umana, da Einstein a Jung, da Heidegger a Char, da Ungaretti a Bonhoeffer.
Qui non mi soffermerò nella descrizione della transizione antropologica in atto, ma tenterò soltanto di evocarne almeno il sentore, rispondendo ad una domanda molto semplice e diretta : Che cosa possono offrire alcune righe spezzate ad una umanità che non ha mai parlato e scritto e comunicato tanto ? che cosa possono immettere di nuovo in un etere planetario che rimbomba notte e giorno, attraversato da migliaia di canali elettrici e di onde che rimbalzano come palloni tra la terra e i satelliti ? Ebbene la mia provocazione sarà forte, lo so, e contraddirà gli stili anemici, autoironici, o almeno estremamente senili che oggi sembrano prevalere nel nostro universo culturale tanto bonario quanto serenamente integrato nei vari sistemi (economici, politici o editoriali) dell’insensatezza dominante. La mia al contrario è una provocazione un po’ infantile, un po’ avventata, per niente politicamente corretta, anzi scorretta, perché sorgiva, in quanto lo spirito se le crea le proprie regole, non rispetta quelle altrui.
E allora io credo che la vera poesia, quella rarissima che ci accompagnerà nel prossimo secolo, possa offrire a noi uomini imbambolati a contemplare i miracoli di una comunicazione totale che rischia di non comunicarci più niente di vero, ciò che nessun canale televisivo ha mai trasmesso, ciò che nessuna memoria funeraria di computer potrà mai contenere, ciò di cui abbiamo più fame che mai, e cioè il presentimento della gioia, l’odore almeno di una terra dove ricominciare a vivere, i primi ma certi sentori dell’immenso continente dell’amore vissuto e praticato come l’abitudine più umile e quotidiana.

2. Il nostro mondo è stracarico d’angoscia, nonostante le rappresentazioni rassicuranti di un ceto politico senza più onore né vergogna e gli isterismi viziosi della pubblicità o della moda. La nostra è una società pregna di paura e dei centomila antidoti e anestetici offerti sul mercato per soffocarla o almeno mitigarne gli effetti disastrosi. Il piacerino per il giorno e quello per la notte è sempre disponibile, come aveva profetato il pazzo Zarathustra alla fine dell’800 : il viaggetto ai Caraibi per fine d’anno, il brividino di un’auto nuova, una promozione sul lavoro o l’invito a qualche lettura “importante” per i giovani poeti. Piccole soddisfazioni alimentari per chi è letteralmente morto di fame, per chi comunque resta in trappola, nell’isola perfetta del Truman Show, dove c’è tutto, come dice il satanico regista Kristoff, tutto finto però, e tutto avvelenato.
Ecco, la poesia del 900 riapre con forza la speranza della fuga, e proprio in questo segreto itinerario di evasione ci ridona il presentimento della vera gioia, di una libertà che vada al di là di tutto ciò che l’uomo moderno ha perimetrato come l’unico orizzonte della nostra esperienza, l’unico recinto legittimato, l’Alcatraz della sua mente “razionale” ormai andata in pezzi e sempre più evidentemente illogica e omicida. Ma procediamo con calma.

3. Innanzitutto va precisato che la poesia non offre affatto una speranza a buon mercato, un ottimismo che chiuda gli occhi dinanzi alle lacerazioni del nostro tempo. Tutt’altro, i grandi poeti, a partire da Hoelderlin e da Leopardi, sono stati i più severi e acuti diagnosti dello sviluppo ambiguo e controverso della nostra civiltà tecnologica. E questo sguardo inquieto e a volte esplicitamente apocalittico giunge fino a noi. Nel 1969 René Char scriveva : “Le civiltà, grasso superfluo. La Storia fallisce, Dio in assenza di Dio non scavalca più i nostri muri diffidenti, l’uomo bramisce all’orecchio dell’uomo, il tempo si svia, la fissione è in corso. Che altro ?” E nel 1975 Eugenio Montale sembra fargli eco con quel tono un po’ lamentoso e troppo compiaciuto dei suoi ultimi anni : “Terminare la vita/ tra le stragi e l’orrore/ è potuto accadere/ per l’abnorme sviluppo del pensiero (…) La nostra tomba non sarà certo un’ara/ ma il water di chi ha fame ma non testa.”
Eppure i poeti più significativi, quelli che seppero andare fino in fondo nei propri inferi, fino a scovarne il fuoco dell’uscita, non si fermarono mai a constatare semplicemente questo declino “occidentale”, né tantomeno a teorizzarne, come oggi a volte si fa, una qualche presunta positività. Essi al contrario ci annunziano unanimemente che proprio dentro questa passione secolare sta maturando qualcosa di nuovo, una umanità che imparerà e sta già imparando a respirare a pieni polmoni, slacciando la camicia di forza che pretende di essere il nostro petto. Ci comunicano cioè il presentimento di una gioia quasi esplosiva che irrompe proprio dalla frizione a volte atroce delle nostre disfatte : “Più mi avvicino alla morte,/ Uomo solo attraverso le sue chiglie spaccate,/ Tanto più forte fiorisce il sole/ E il mare esulta, zannuto e rovinoso ;/ E ogni ondata del percorso, ed ogni/ Maestrale domato, ecco che il mondo intero/ Con fede più trionfante/ Di quanto sia accaduto da quando il mondo fu detto/ Intesse il suo mattino di lode” (D. Thomas)

4. In che cosa consiste questa esultanza ? questo trionfo di lode che si annuncia proprio adesso, proprio in questa notte per tanti aspetti desolata, forte come mai prima era accaduto ? Mi limiterò a due punti fondamentali. Partiamo dalle origini della poesia contemporanea, e sentiamo cosa scrive Mallarmé in una sua famosa lettera : “Io sono sempre più impersonale, non sono più lo Stephan, così come tu lo conoscesti, ma una possibilità dell’universo spirituale di vedersi e di svilupparsi e proprio mediante ciò che era il mio io.”
Il primo dato dunque è questo : la poesia di cui ci stiamo occupando esperimenta la dilatabilità della nostra coscienza egoica ordinaria. L’orizzonte dell’io ego-centrato e del mondo fatto a sua immagine e somiglianza, questo orizzonte di mondo che è diventato una gabbia da cui evadere verso l’ignoto (Baudelaire), può essere superato. Possiamo guardare al di là delle sue inferriate, nel suo profondo, che ci si rivela sfondato e attraversato da altri respiri. Ungaretti scrive perciò nel 1926 : “Abbiamo dell’innocenza, non più come nell’800, un desiderio filosofico, ma un’esperienza diretta, possediamo una conoscenza mistica della realtà.” E Jacques Maritain, parlando di Baudelaire, ribadisce : “La conoscenza mistica della poesia era il suo abisso, che si muoveva con lui.”

5. E’ proprio questo sguardo dilatato che ci dona poi l’intuizione propriamente profetica del senso profondamente evolutivo e salvifico che attraversa tutte le nostre passioni, e ci lascia così aderire sempre più consapevolmente a questa pedagogia, percependone la sapientissima benevolenza. Nel 1917, anno fatidico per il destino apocalittico dell’Occidente, Sergeij Esenin cantava tutto questo :

Non invano i venti hanno soffiato,
non invano ha infuriato la tempesta.
Qualcuno, misterioso, di calma luce
ha imbevuto i miei occhi.

Qualcuno con tenerezza primaverile
nella nebbia turchina ha placato
la mia malinconia
per un’arcana e bellissima terra straniera.

Non mi opprime il latteo silenzio,
non mi turba la paura delle stelle.
Io amo il mondo e l’eterno
come il natio focolare.

Tutto in essi è benevolo e santo,
tutto ciò che turba è luminoso.
Il papavero scarlatto del tramonto
guazza sul vetro del lago.

Questo percepisce il nuovo sguardo “imbevuto” di luce : nella tempesta della storia e della mia stessa vita c’è qualcuno che mi aiuta a passare verso la terra in cui l’eterno abita con me e custodisce ogni cosa nella sua benevolenza. Questa è la profezia del presente, di ciò che stiamo vivendo adesso, di ciò che stiamo diventando : un uomo cioè che vive nel tempo, ma non come una cosa temporale e temporanea, ma come il luogo consapevole in cui il principio eterno ogni volta effonde la propria luce, il proprio canto, rendendoci così partecipi della sua forza creativa, e quindi sovrani. Una umanità di RE, questo stiamo diventando !

6. Noi viviamo nella triste illusione che tutto muoia e finisca nel nulla, che ogni singola cosa sia cioè separata dal tutto e per questo condannata a morte, ed è proprio questa illusione terrificante che spinge l’uomo di tutti i tempi alle forme più varie di violenza e di autoditruzione. Ma oggi non sono solo i mistici a parlarci di un Tutt’Uno vivente come sostrato reale delle suddivisioni sensorialmente percepibili, è uno scienziato come Einstein, ad esempio, che ci dice : “L’essere umano è parte di quel tutto che chiamiamo universo. Egli sperimenta se stesso come separato dal resto : un tipo di illusione ottica della coscienza.” Ebbene la grande poesia del 900 tende a superare proprio questa illusione ottica, e a sperimentare stati interiori più reali di comunione, di comune presenza come dice Char, e di illuminazione, che ci anticipino quel senso glorioso dell’unità salvata di tutti gli uomini e di tutto il cosmo che i cristiani contemplano e godono sia pure parzialmente già da ora nell’adesione al Cristo risorto, quando ad ogni eucaristia pregano : che lo Spirito ci unisca in un solo corpo.
Per sperimentare questi stati dilatati del cuore e della coscienza la poesia diventa un’esercitazione spirituale sempre più consapevole di essere tale. Ecco perché Rilke può esclamare : “Voci, voci. Ascolta, cuore mio,/ come soltanto i santi ascoltarono un giorno.” Anche se forse solo adesso siamo in grado di inserire tutta l’esperienza acquisita sul piano poetico entro vie spirituali meglio radicate e verificate nei secoli, evitando così le smisuratezze narcisistiche e gli infantilismi luciferini spesso catastrofici che hanno costellato tutto il 900. La riconiugazione tra il piano creativo e quello storico-religioso, in particolare cristiano, resta d’altronde uno dei compiti principali, direi uno degli snodi cruciali della nostra conversione sia in quanto poeti che in quanto cristiani, e uno dei centri nevralgici della rigenerazione spirituale della cultura europea.

7. In ogni caso questo contatto spirituale con l’altra voce (Bonnefoy) che mi abita oltre i miei limiti spazio-temporali e cronobiologici, con colui che “Verrà, se resisto / A sbocciare non visto” (Rebora), modifica profondamente il nostro rapporto con la morte. E questo è il secondo motivo della gioia che questa poesia ci addita e ci lascia presentire, ed è anche il secondo punto focale della nostra riflessione. Scrive Alfonso Gatto : “Risvegliare dal nulla la parola/ E’ questa la speranza della morte.” E Georg Trakl addirittura esulta : “Possente morire e la fiamma cantante nel cuore”.
Che cosa significano queste parole ? Sembrano ripeterci un’antica conoscenza sapienziale, che trova il suo compimento nel mistero pasquale del Golgota, e cioè che morire al nostro ego, e quindi alla nostra (illusoria) coscienza separata, non solo non ci annienta per niente, ma anzi ci apre all’unica possibilità di ascoltare la parola più vera, quella che veramenrte ci riguarda, e quindi di incamminarci ascoltandola verso una vita piena che può attraversare anche la morte, tra-passarla, una vita cioè che non cesserà mai di crescere, di espandersi e di conoscere se stessa, una vita che è eterna nella sua più profonda consistenza reale. E questa eternità e solo questa eternità è la sorgente della nostra gioia : “Profondo è il mondo/ Più profondo che non credesse il giorno./ Profondo è il suo dolore,/ Ma più profonda del dolore è la sua gioia :/ Dice il dolore : passa !/ Ma ogni gioia vuole l’eternità,/ Vuole profonda, profonda eternità !” (Nietzsche)

8. E allora col cuore e la pupilla tanto dilatati possiamo gridare : “Non c’è deserto più se tutto è in noi / Non c’è più morte”(Bonnefoy)
“Non c’è morte che non sia anche nascita / soltanto per questo pregherò” (Luzi)
“La prima verità è la morte. Non ci resta che scoprire quale sia l’ultima.(…) Ecco perché scrivo. Perché la poesia comincia là dove la Morte non ha l’ultima parola.” (Elitis)
Né più, né meno. Questo è l’orizzonte salvifico che la poesia ci ricorda nel frastuono cibernetico di una umanità anestetizzata e di una cultura collaborazionistica. Questa è la gioia che ci appartiene come nostro diritto naturale, la gioia d’essere eterni, l’unica gioia che cambia veramente la vita e rende definitivamente sovversivi, incollocabili in questo mondo. Io credo che sia venuto il tempo di riprendere sul serio il cammino iniziatico che può condurre ciascuno di noi a liberarsi delle proprie specifiche illusioni ottiche, delle proprie gabbie fatte sempre su misura, per potere testimoniare credibilmente che è possibile evadere dall’ Alcatraz della mente mortale e dalle sue camere di tortura. Solo il crogiolo della nostra trasformazione personale nell’Eterna Gioia che ci chiama potrà offrire agli altri e al mondo quel fuoco rigenerativo che attende di percorrere la terra e di sanarla.