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René Char 1907/2007

La profezia dei poeti

“ Le civiltà, grasso superfluo.
La Storia fallisce, Dio in assenza di Dio non scavalca più i nostri muri diffidenti, l’uomo bramisce all’orecchio dell’uomo, il tempo si svia, la fissione è in corso. Che altro?
All’uomo devastato la scienza non può fornire altro che un faro cieco, un’arma di angoscia, arnesi senza istruzioni.
Al più demente: il fischietto di manovra.” (René Char 1969)

La poesia, a partire da Rimbaud, cessa di essere un genere letterario.
Diceva Char. Ma che cosa diventa?
Diventa profezia. Una forma nuova, inedita, di profezia del presente, capace di dirci che cosa ci stia accadendo per davvero.
Senza attenuazioni, ma anche senza troppi vittimismi o piagnistei.
Char non rimpiange nessun fantomatico passato ideale: “L’età dell’oro non era che un crimine differito.”

Il leggendario comandante Alexandre, che aveva combattuto il nazismo con le armi, e che fin dal 1947 aveva rifiutato il comunismo intuendone immediatamente la natura “poliziesca”, non si acquieta neppure in qualche comodo minimalismo liberal.
L’insurrezione continua.
C’è un orrore omicida anche nelle nostre società bonarie e annoiate.
Un orrore magari trasferito nei terzi o nei quarti mondi, oppure ben occultato negli inferni psichici metropolitani.
Contro questo mascheramemnto ipocrita dell’orrore insorge Char: “La poesia di Char è sollevamento, nel senso di insurrezione, di slancio sedizioso, di energia ribelle.”(Starobinskj)

Ma questa ribellione non è né anarchica né disperata.
Il poeta osa pronunciare i suoi duri ammonimenti solo in quanto si fa portavoce “legittimo” di una nuova e più libera figura di umanità che sta faticosamente emergendo in tutti noi.

Questo è l’annuncio gioioso che scavalca i nostri muri diffidenti, la nostra sordità, e ci ridà la forza vitale dei mattinieri:
“‘ Rivestitevi. Avanti il prossimo.’ Questo è l’ordine.
E il prossimo siamo ancora noi.
Rivoluzione che un astro modifica,
Con le mani che noi vi aggiungiamo.”

Dopo il ciclo giacobino (1789-1989) torna un’idea più cosmica di rivoluzione, e più interiore.
Il problema rivoluzionario si rivela, all’inizio del XXI secolo, come strutturalmente antropologico e spirituale: è una nascita, è la nostra nascita “sovrana” il mistero di questa passione secolare che viviamo.
Ecco perché l’emozione-guida dei veri poeti è la gioia:
“Il poeta converte ogni volta un ciclo di travagli in carico di risurrezione.”