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Il nuovo potere dell’uomo nuovo

Dal dominio alla donazione

La crisi dei poteri è una crisi antropologica

Non è facile affrontare oggi il tema del potere dell’uomo, inteso sia come ciò che l’uomo è in grado di fare (sa e può fare su questa terra), sia come potestà di controllo o di dominio sugli altri. Ci troviamo infatti nel mezzo di una grandiosa riformulazione dei lineamenti della stessa identità umana, nel vortice di una vera e propria svolta antropologica, che sta mettendo in crisi tutte le concezioni, e le abitudini mentali e comportamentali precedenti. Il fenomeno più evidente che constatiamo come effetto di questi sconvolgimenti, in specie negli ultimi decenni, è una generalizzata e crescente crisi di autorità: i poteri tradizionali, dalla famiglia alla scuola, dalla sfera politica fino a quella religiosa, sembrano perdere progressivamente la loro forza, la loro incidenza, la loro legittimazione morale. E questo produce smarrimento e confusione ad ogni livello.

Ciò che vorrei mostrare, in modo necessariamente molto sintetico, è che questa crisi antropologica può aprirci ad un profondo e positivo rinnovamento, anche del concetto e dell’esercizio del potere, solo se riusciremo a comprenderne meglio le direttrici evolutive. C’è insomma, dentro questo smottamento critico, e dobbiamo imparare a rintracciarlo e a favorirlo, un impulso evolutivo straordinario. In questo caos globalizzato infatti sta addirittura emergendo, sia pure molto faticosamente, una nuova figurazione di umanità, che poi per i cristiani non fa che rilanciare i caratteri spirituali fondamentali dell’Uomo Nuovo inaugurato da Cristo duemila anni fa.

La svolta: dall’io bellico all’io relazionale

La figura di umanità che si sta esaurendo dinanzi ai nostri occhi, mettendo in crisi tutte le sue istituzioni antropologiche, è quel tipo di soggettività umana che potremmo definire egoico-bellica, e cioè l’uomo che definisce e rafforza la proprio identità (sessuale, nazionale, di casta, di classe, politica, o religiosa) contrapponendosi all’altro da sé. Questo tipo di uomo, in realtà, ha dominato l’intera storia del mondo fino ad adesso, ed infatti gli ultimi 5000 anni, dall’invenzione della scrittura sumerica in poi, sono una sequela ininterrotta di guerre.

L’io egoico-bellico si struttura per separazioni ed esclusioni: si sente tanto più se stesso quanto più può separarsi e mettersi in opposizione all’altro: al barbaro di turno, al non credente o all’eretico, all’austriaco o all’italiano, al francese o al tedesco, a chi è di destra o di sinistra, al sacerdote o al nobile, al borghese o all’operaio, e così via. L’identità egoico-bellica è un’identità polemica per natura. Ed infatti tutta la storia che abbiamo alle spalle è nutrita di conflitti sanguinosi tra popoli, imperi, nazioni, stirpi, classi sociali, ideologie, e religioni, che si sono fatti la guerra senza sosta alcuna per il dominio del mondo.

Questo tipo di soggettività esercita ovviamente il proprio potere in base alla propria natura, e cioè appunto in modo bellico: contro l’altro: asservendolo, strumentalizzandolo, schiacciandolo, al fine di eliminarlo o di dominarlo.
Potere, perciò, dal punto di vista egoico-bellico, finisce per significare semplicemente sopraffazione, coercizione, “sorvegliare e punire”, per dirla con Foucault, e cioè in definitiva dominio arbitrario e violento dell’uomo sull’uomo.

Questo tipo di soggettività egoico-bellica si sta manifestando di decennio in decennio sempre più insostenibile. Stiamo comprendendo in altri termini, e specialmente a partire dalla tragedia della 2a Guerra Mondiale, che se continueremo a gestire il mondo in modo bellico, e cioè seguendo gli interessi particolaristici e contrapposti dei popoli, delle classi, o delle fazioni ideologiche, finiremo col distruggerci.
Da allora cresce perciò la consapevolezza della necessità di un cambio di paradigma antropologico, di una svolta che vada a toccare la struttura interiore del nostro io egoico-bellico, per aprirci a modalità inedite, postegoiche e postbelliche, di vivere la nostra umanità, e quindi anche di esercitare il nostro potere. Non si tratta cioè soltanto di auspicare una civiltà della pace in senso politico internazionale, e cioè fuori di noi; ma di comprendere che questa costruzione della pace richiede un lavoro parallelo e costante sulla natura bellica di ciascuno di noi, e cioè una permanente rivoluzione interiore.

Su questo punto basilare troviamo una sostanziale concordanza tra le visioni laiche più avanzate e quelle cristiane.
Il sociologo americano Jeremy Rifkin per esempio scrive: “Ritengo che ci troviamo al punto di svolta verso una transizione epocale a un’economia ‘climacica’ globale e a un radicale riposizionamento della presenza umana sul pianeta. (…) Il sé esclusivo autonomo, implicito nei rapporti di proprietà privata, lascia il posto a un sé inclusivo relazionale, partecipante alla piazza pubblica globale, virtuale e reale”. Rifkin parla dunque precisamente della necessità di un mutamento del sé umano, della soggettività umana, da un assetto escludente ( e quindi bellico), ad uno inclusivo e perciò relazionale.

Benedetto XVI a sua volta, nell’Enciclica Caritas in veritate, sottolinea l’urgenza di ripensare la natura relazionale dell’uomo per aprire sentieri di globalizzazione pacifica (n. 53-55), e ribadisce che la svolta in atto potrà manifestare grandiose potenzialità evolutive solo se la sapremo vivere come mutazione storica e trasformazione interiore al contempo: “Dobbiamo vedere tutte le possibilità di bene che ci sono, le speranze, le nuove possibilità di vivere. E in ultimo, finalmente, vedere attraverso il momento attuale la necessità di una svolta, annunciarla, annunciare che essa non può avvenire senza una conversione interiore”.

Il potere dell’io relazionale: comunicare i beni

Il problema che ci si pone, rispetto al nostro tema, è questo: che tipo di potere esercita l’uomo relazionale che sta emergendo con grande fatica tra le catastrofi dell’io egoico-bellico?

Certamente l’io relazionale non vuole affatto dominare l’altra persona, perché non è così che rafforza la propria identità e raggiunge la propria felicità. L’io relazionale al contrario rafforza e realizza se stesso approfondendo appunto la relazione con l’altro, e aprendosi anche al travaglio trasformativo che ogni relazione autentica comporta. L’io relazionale scopre cioè che la più autentica natura dell’uomo non ci spinge affatto a schiacciarci vicendevolmente, ma ad aiutarci, ad esprimere il nostro potenziale, il nostro vero potere comunicandoci e trasmettendoci i beni che possediamo. L’io relazionale scopre, giorno dopo giorno, che l’essenza originaria del suo potere è comunicativa e donativa. Io cioè divento per davvero potente, capace di manifestare tutto il mio potenziale creativo, e divento quindi realmente me stesso, nella misura in cui imparo a fare delle mie potenzialità uno strumento di comunicazione di beni per gli altri. L’io relazionale scopre, nella fatica quotidiana della propria trasformazione, che il proprio potere si potenzia solo trasmettendolo. Io cioè divento più ricco donando la mia ricchezza, più saggio donando la mia sapienza, più felice donando il mio amore e la mia gioia, più libero nella mia sovranità donando salute, consolazione, vita, pane, e parole che nutrono.

Come è evidente questa emersione di un io relazionale è per davvero una rivoluzione antropologica che non può non sconvolgere tutti gli assetti bellici in cui continuiamo ad organizzare le nostre società. Ed infatti, come faceva notare il filosofo francese Jacques Derrida, tutte le strutture culturali e religiose, costruite nei secoli, sono ormai sottoposte ad una sorta di Giudizio Universale permanente, ad un setaccio che le sta lentamente purificando da tutti gli elementi egoico-bellici, ingiusti e violenti, di cui sono tuttora impastate.

Qui il cristiano può portare il proprio specifico contributo, e ricordare ai fratelli e alle sorelle non credenti o di altre religioni che per noi questa nuova figura relazionale di umanità non nasce dal nulla, ma proviene da una lunga storia che culmina proprio con la venuta di Gesù sulla terra. Il cristiano può cioè aprire un dialogo annunciante in cui far comprendere come questa nuova figura di umanità, che tutti invochiamo, non faccia che rilanciare tutte le speranze messianiche di un mondo/uomo nuovi, fondati non più sulla guerra di tutti contro tutti, ma appunto sulla giustizia, sull’unità sostanziale del genere umano, e quindi sulla pace.

Ci troviamo cioè in un momento straordinariamente felice in cui il mistero cristologico della nuova umanità, costruttrice di pace perché capace di relazioni donative, sta manifestando apocalittica-mente, in modo cioè evidente a tutti, e a prescindere da ogni preventiva scelta di fede, che non sussistono alternative alla sua emersione.

La rivoluzione di questo mondo e di tutti i suoi poteri

Riflettere un momento su come Gesù affronta il tema del potere ci può quindi aiutare a comprendere come collaborare alla trans-figurazione antropologica in atto.

E’ evidente che la critica che Gesù compie nei confronti dei poteri dispotici dell’io egoico-bellico è quanto mai assoluta, categorica, e radicale. Nel vangelo di Marco leggiamo: “Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra di voi non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore” (Mc 10, 4-,43). Qui Gesù contesta in realtà semplicemente tutta la storia del mondo, tutti i poteri politici e religiosi che si sono succeduti sulla terra per millenni interi, dominando appunto, soggiogando, violentando, e spesso schiavizzando i popoli. Gesù afferma senza mezzi termini che ogni forma di potere che intimidisca l’essere umano, e lo schiacci nella paura, è di per sé satanica. Per cui ogni forma di dominio dell’uomo sull’uomo, che tolga alla persona qualcosa, che gli sottragga la libertà o la vita, dopo Cristo è denunciata come appartenente al mondo del peccato, della distorsione, della deformazione dell’immagine divina dell’uomo.

Gesù è chiaro: l’io bellico esercita il potere per togliere qualcosa agli altri, l’io relazionale esercita al contrario il proprio potere solo per donare, per arricchire, sanare, guarire, illuminare, nutrire, e cioè per dare qualcosa agli altri. Se poi l’io bellico utilizza sempre la violenza per imporre il proprio dominio, l’io relazionale al contrario non obbliga mai nessuno, non impone niente a nessuno, ma si limita ad offrire, espone la sua potenza, la sua parola di verità, priva di ogni potere mondano, e chi vuole lo segue, come precisa Benedetto XVI: “Cristo, secondo i criteri del mondo, è senza potere: Egli non possiede alcuna legione. Viene crocifisso. Ma proprio così, nella totale mancanza di potere, Egli è potente, e solo così la verità diviene sempre nuovamente una potenza”.
Punto, il resto viene dal demonio.

Qui non ci sono più mediazioni o compromessi possibili, si tratta di due figure opposte di umanità, di due stati alternativi in cui vivere il mistero della nostra soggettività.

Sappiamo bene come questa rivoluzione sconvolgente sia proceduta e continui a procedere molto lentamente dentro la storia della civiltà cristiano-occidentale.
Dovremmo a tal proposito rileggere l’intero percorso di questi due millenni come un tempo preparatorio, attraverso il quale l’io relazionale, la nuova umanità di Cristo, è penetrata nell’io bellico, potremmo dire goccia a goccia, consumando e trasfigurando da dentro tutti i suoi lineamenti. Questi duemila anni infatti sono segnati così fortemente da continue e accelerate trasformazioni proprio perché la nuova umanità di Cristo ha funzionato da lievito e da solvente dentro tutte le strutture del vecchio mondo, dissolvendole, criticandole, mostrandone l’intrinseca violenza, e svuotandole così di senso e di valore.

L’intero ciclo moderno, poi, in tutta la sua ambigua complessità, non è comprensibile se non come un’ulteriore accentuazione della pressione messianica della nuova umanità, che emergendo di secolo in secolo metteva ancora più radicalmente e concretamente in crisi la vecchia, contestandone i poteri (ecclesiastici e statali) dispotici e violenti. L’ambiguità del tempo moderno consiste nel fatto che spesso le esigenze autentiche dell’Io Nuovo, e cioè l’anelito messianico alla pace, all’uguaglianza, e alla fraternità, sono state controfigurate dall’uomo vecchio per continuare a dominare la scena del mondo con i suoi metodi oppressivi e bellici. Per cui, nei secoli che vanno dal XVI al XX, se da una parte abbiamo conquistato spazi immensi di libertà, dall’altra abbiamo anche edificato sistemi di potere ancora più oppressivi di quelli antichi, dal Terrore francese ai regimi totalitari del nazismo e del comunismo. Mentre in questa ultimissima fase ventennale, dopo la caduta del Muro di Berlino, stiamo costruendo un sistema tecno-mercantile, dominato dai mercati finanziari, e quindi sostanzialmente a-democratico (Darhendorf) e tendenzialmente totalitario, in cui gli individui si illudono di godere di un’assoluta libertà quando in realtà il loro unico potere consiste nel consumare tutto ciò di cui il sistema vuole ingozzarli.

Ma a me pare che anche questo ciclo moderno, caratterizzato da un uso almeno in parte egoico-bellico di elementi messianici, si stia consumando. Ci troviamo ormai di fronte ad una svolta molto più radicale e molto più chiara, ad un punto di scelta tra due figure di umanità, tra due progetti di mondo nettamente differenziati: una scelta che ci coinvolge ognuno in prima persona.
Oggi infatti siamo in grado di comprendere molto meglio, dopo le catastrofi del XX secolo, che la nostra nuova umanità relazionale può fiorire solo da un continuo ed inesausto rovesciamento dell’assetto egoico-centrico del nostro essere. Questa è l’unica vera rivoluzione permanente di questo mondo, il dinamismo messianico riconosciuto come tale: una rivoluzione antropologica e spirituale che, come ci insegna il Cristo, può procedere soltanto sui livelli interconnessi e indissolubili della persona e della storia collettiva, dell’anima e del mondo, del lavoro interiore di liberazione e della progettazione politica.

Il potere creativo e redentivo dell’io relazionale

Questo scatto antropologico-culturale, ricco di potenzialità evolutive straordinarie e del tutto inedite, mi pare che abbia ricadute significative sia a livello dell’autocomprensione dell’uomo, sia a livello del rinnovamento dei progetti della politica, sia a livello di vita ecclesiale.

A livello di concezione antropologica siamo innanzitutto chiamati ad interrogarci in modo più profondo sulla natura relazionale dell’io umano, e cioè sul fatto che l’Io umano è di per sé e fin dalla propria origine relazione all’altro, al cosmo, e alla Fonte stessa dell’Essere. Siamo perciò chiamati ad uscire da un’antropologia egoica dell’io come struttura psichica separata e chiusa in se stessa, come cosa di natura, come prodotto del cervello, etc., per aprirci ad un’antropologia dell’interconnessione universale, e quindi ad una visione più ecologica e spirituale della nostra identità e del nostro destino terreno.

Sulla base di questo rinnovamento di prospettiva antropologica dobbiamo anche comprendere molto meglio quali siano i veri poteri dell’essere umano entro la creazione. Dobbiamo poi chiederci: quali poteri ci trasmette la nostra rigenerazione trans-egoica? Quali poteri scopre in sé l’io relazionale interconnesso con tutti e col tutto? In che senso la libertà creativa, l’azione co-creatrice, come dicono oggi perfino molti scienziati, può rappresentare il vero potere dell’uomo liberato dalle strettoie del proprio ego? E poi, in quale misura il “potere di diventare figli di Dio” (Gv 1,12), offerto all’uomo rigenerato in Cristo, coincide con questo potere co-creativo? Gesù ci fa comprendere che il nostro vero potere, come dicevamo, non consiste affatto nel dominio sugli altri, ma nella straordinaria possibilità di trasmettere loro la salvezza, di guarire, consolare, illuminare, e cioè di partecipare all’azione redentiva, ri-creativa, del Messia stesso. Per cui il potere dell’io risanato si realizza in un servizio che libera chi lo compie e salva chi ne è beneficato.

Dobbiamo inoltre tornare a riflettere sul fatto che questo straordinario potere creativo, concesso all’uomo in quanto immagine del Creatore, tende costantemente a distorcersi, e a trasformarsi in desiderio di dominio, in odio e quindi alla fine in distruzione. La psicologia dell’ultimo secolo ci ha mostrato come il desiderio di dominio e la brama di possesso siano sempre effetti compensatori di un amore ferito, e cioè di ferite subìte preminentemente nella nostra infanzia, e che poi in realtà ci trasmettiamo l’un l’altro di generazione in generazione. L’uomo scarica cioè nel carrierismo o nella volontà di asservimento degli altri la propria frustrazione, la propria incapacità di amare e di godere della vita. Queste ricerche psicologiche dovrebbero integrarsi con una nuova riflessione sul mistero di quella ferita originaria che segna la nostra condizione umana come tale, e che appunto distorce l’amore creatore in violenza mortale lungo una catena ininterrotta che si trasmette di padre in figlio e di madre in figlia.

Se questo è vero, se è vero che l’io diventa un ego bellico, avido di potere e desideroso di schiavizzare gli altri, semplicemente perché è un infelice e un fallito, allora dovremo sviluppare anche una nuova pedagogia sia spirituale che psicologica, che ci aiuti a curarci e a rinascere nella libertà del nostro io relazionale, perdonato dalla colpa originaria e guarito da tutte le distorsioni che ne sono derivate.

Quindi ad una nuova cultura dell’io relazionale dovremo affiancare una nuova pedagogia dell’umanità nascente, da articolare a tutti i livelli, dall’asilo fino all’università, dal catechismo dei bambini fino alla formazione dei presbiteri e dei religiosi, in quanto siamo e restiamo in transizione dal vecchio al nuovo, e quindi abbiamo più che mai bisogno di un accompagnamento costante e approfondito lungo tutto questo passaggio arduo e pericoloso.

La nuova politica dell’io relazionale

Che tipo di politica potrà ideare e realizzare l’io relazionale? Come potrà svilupparsi, per esempio, un progetto di unificazione europea non più ispirato dai calcoli dell’io egoico-bellico delle diverse nazioni; ma appunto dalla loro apertura al rinnovamento dell’io relazionale? Quando inizieremo a riflettere più seriamente su tutti i crimini che ogni popolo europeo ha perpetrato nei secoli, per purificarcene ed unirci in un nuovo popolo unificato, ricco di tutte le nostre storie patrie, “convertite” però e letteralmente ricominciate?

La politica del XXI secolo, in altri termini, dovrà mettersi totalmente al servizio dell’emersione dell’io relazionale ad ogni livello: dal quartiere al comune, dalle nazioni all’Europa, fino al livello planetario.
Ogni progettazione politica che non favorisca il processo antropologico in atto non potrà che precipitare sempre di più nell’insensatezza, nell’ingiustizia conclamata, nel dominio delle oligarchie finanziarie, nell’indifferenza abulica dei popoli, e nella violenza.

Noi già constatiamo amaramente che la democrazia occidentale sta vivendo una crisi davvero terminale, e sembra ormai del tutto priva di slancio creativo. Ciò è dovuto al fatto che finora abbiamo utilizzato energie e ideali messianici (come la libertà, la giustizia, l’uguaglianza, o la pace), senza comprendere fino in fondo che il nuovo mondo lo possiamo costruire solo se rovesciamo costantemente il centro egoico del nostro cuore, e cioè ci siamo serviti dell’impulso messianico in un’ottica anti-messianica, senza conversione della mente. L’io bellico però non può costruire alcuna pace, può solo controfigurarla.

Ma anche questa fase di impulsi evolutivi cristiani fatti propri, e quindi almeno in parte distorti, dall’io egoico-bellico, è, come dicevamo, terminata, è del tutto esaurita. Per cui non possiamo più evolverci nella direzione aperta dalle speranze liberaldemocratiche, se non torniamo a comprendere che l’io relazionale nasce o non nasce nel cuore della persona. Non è cioè più concepibile un progetto politico di pacificazione o di liberazione dell’uomo che non vada a radicarsi in quelle profondità spirituali.

La politica democratica del XXI secolo dovrà di conseguenza confrontarsi in modo del tutto nuovo con la propria radice messianica, per dare vita ad inedite mediazioni tra la fede cristiana e le realizzazioni storico-politiche che ne derivano, e quindi anche ad inedite interpretazioni del concetto di laicità.
Solo così i popoli occidentali avranno la forza di confrontarsi con l’Islam e con la Cina, portando con sé la straordinaria potenza del loro pensiero.

Il potere politico di conseguenza non può più pensarsi né esercitarsi se non come ausilio all’emersione della nostra umanità relazionale, e cioè come servizio alla più piena liberazione dell’uomo a tutti i livelli.

La conversione della Chiesa

Questa grandiosa fase trasformativa sta già da tempo operando in modo travolgente anche dentro la Chiesa Cattolica. Innanzitutto il Concilio Vaticano II ha spinto la Chiesa ad assorbire moltissimi elementi della cultura moderna, che in realtà derivavano proprio dall’ispirazione evangelica.
Questo graduale processo non poteva che coincidere con una profonda conversione rispetto a tante forme secolari di testimonianza della fede e di esercizio del potere ecclesiastico non certo in linea con le indicazioni di Cristo.

Questo ciclo di revisioni è poi culminato nel gesto profetico compiuto da Giovanni Paolo II nella prima Domenica di Quaresima del 2000, allorché il Papa ha chiesto perdono per tutti i peccati compiuti dalla Chiesa nel corso bimillenario della sua storia. Questo gesto rappresenta un vero e proprio spartiacque all’interno della storia del cristianesimo, ancora tutto da capire e da assimilare. E’ come se la Chiesa avesse sentito, alle soglie del Terzo Millennio, la necessità di purificarsi di tutti gli elementi egoico-bellici che hanno limitato e distorto la sua testimonianza di fede, per aprirsi a modalità più relazionali, e quindi più cristiane, di organizzare la propria presenza pellegrinante sulla terra.

Quel gesto è però solo l’inizio di un ben più vasto movimento di conversione e di purificazione, che dobbiamo portare avanti. Dobbiamo cioè continuare a chiederci in spirito penitenziale: quali sono tuttora le forme e i modi in cui proseguiamo ad organizzare la vita ecclesiale secondo lo spirito dell’io egoico-bellico? Le nostre comunità parrocchiali o religiose, i nostri rapporti gerarchici, in quale misura rispettano il comando di Gesù, l’ “omnes fratres” (Matteo 23,8), e cioè lo spirito dell’io relazionale che sta emergendo? In che misura è “una vera e profonda amicizia”, come sollecitava Giovanni Paolo II nell’Enciclica Novo Millennio Ineunte (n. 43), ad animare i nostri rapporti ecclesiali? Quanta paura, quanta violenza, quanta freddezza relazionale circolano ancora tra i credenti, tra preti e laici, tra vescovi e donne, tra consorelle e confratelli negli ordini e nelle congregazioni religiose, e così via? Come possiamo evitare o almeno limitare le manifestazioni dispotiche, arcaiche, anticristiane, del potere nella Chiesa? Quali elementi di democrazia, ad esempio, sono assimilabili dentro le strutture ecclesiali? Come possiamo riequilibrare il potere clericale rispetto ai laici e alle donne, affinché la Chiesa sia per davvero un’armonia, una polifonia di carismi, e non una piramide feudale divisa tra signori e sudditi? Come possiamo incarnare il ministero dell’autorità senza trasformarlo in una forma di dominio? Come possiamo far sì che l’autorità nella Chiesa sia veramente un servizio ai fratelli, un modo per arricchirli, in base anche all’etimologia della parola (auctor-augmentum-auxanein), e non una potestà irrelata, un vero e proprio potere che cade dall’alto?

Solo una costante conversione personale potrà aiutarci in questo difficile discernimento.
Non ci sono scorciatoie, o soluzioni ideologiche. Solo persone e comunità in costante conversione dal proprio io bellico al proprio io relazionale, rigenerato nella morte e nella risurrezione di Cristo, sapranno discernere con precisione tutto ciò che ancora oscura e deforma il volto divino della comunità dei redenti, tutto ciò che ancora puzza di morte e di corruzione, di carrierismo e di volontà di sopraffazione, di narcisismo e di arroganza.

Ecco perché dobbiamo rinnovare tutti i cammini formativi all’interno della Chiesa. Questo tra l’altro ce lo chiede oggi anche la CEI negli Orientamenti pastorali per decennio 2010-2020, Educare alla vita buona del Vangelo: “In questo decennio sarà opportuno discernere, valutare e promuovere una serie di criteri che dalle sperimentazioni in atto possano delineare il processo di rinnovamento della catechesi, soprattutto nell’ambito dell’iniziazione cristiana” (n. 54).

Solo un’esperienza più profonda, infatti, una realizzazione più personale del mistero della nuova nascita potrà rilanciare dalle profondità dei nostri cuori la fioritura irruente della nuova umanità e liberare così anche la Chiesa dalle ombre egoiche che ancora ne oscurano la bellezza e ne offuscano la credibilità.

Pubblicato in Presbyteri – Rivista di spiritualità pastorale, Anno XLV – 2011, n. 10.