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Ringiovanire il mondo

Le generazioni apocalittiche

 

Molte definizioni sono state date in questi ultimi anni per caratterizzare le nuove generazioni emergenti, dai Millennials alla prossima Generazione Z o Post Gen, dei nati dopo il 2005. Io vorrei provare a mostrare in che senso i giovani del terzo millennio possano essere indicati come generazioni apocalittiche, persone cioè nelle quali  si va rivelando in modo sempre più evidente la natura profonda dell’epoca che stiamo attraversando. Desidero subito precisare però che questa definizione non possiede alcuna risonanza negativa o catastrofistica, ma vada piuttosto pensata alla luce di questa riflessione di René Girard: “l’apocalisse non annuncia la fine del mondo, ma fonda una speranza. Chi apre gli occhi sulla realtà non cade nella disperazione assoluta dell’impensato moderno, ma ritrova un mondo dove le cose riacquistano un senso. La speranza è possibile solo per chi osa pensare i pericoli del momento”[1].

 

Definendo le attuali giovani generazioni come apocalittiche perciò intendo dire che in esse si sta aprendo un nuovo orizzonte di speranza, proprio attraverso la rivelazione lampante dei pericoli estremi che dobbiamo fronteggiare, e solo se questi pericoli non vengano occultati o attenuati, ma osservati e valutati in tutta la loro portata. Solo pensando fino in fondo cioè e rivelando apocalittica-mente la fase ultimativa che vive il genere umano, i giovani potranno sottrarsi al non pensiero moderno, che è la disperazione pura e semplice, e riprendere così in mano il loro destino.

 

La corretta lettura dei segni dei tempi, d’altronde, costituisce uno dei carismi fondamentali del cristiano, il quale è chiamato a presenziare al proprio tempo con la luce profetica dello Spirito, che gli consente appunto di vedere dove stia andando la storia, e di orientare così le sorelle e i fratelli nella direzione della crescita umana integrale e della libertà. Papa Francesco, nella Esortazione Apostolica Evangelii gaudium, ci ricorda, citando Paolo VI, la rilevanza di questa funzione: “Non è compito del Papa offrire un’analisi dettagliata e completa sulla realtà contemporanea, ma esorto tutte le comunità ad avere una ‘sempre vigile capacità di studiare i segni dei tempi’ (Paolo VI, Lett. Enc. Ecclesiam suam n. 19’” (n. 51).

 

Ciò che rende particolarmente grave la crisi in atto credo che sia proprio la carenza di chiavi interpretative adeguate  di ciò che stiamo vivendo, e questa debolezza culturale non fa che accrescere lo smarrimento delle giovani generazioni: “Il problema è che non disponiamo ancora della cultura necessaria per affrontare questa crisi e c’è bisogno di costruire leadership che indichino strade, cercando di rispondere alle necessità delle generazioni attuali includendo tutti, senza compromettere le generazioni future” (Lettera enciclica Laudato si’, n. 53).

 

Io vorrei mostrare che cosa si stia rivelando nella storia del pianeta terra in modo sempre più evidente, di generazione in generazione, e di decennio in decennio, vorrei cioè contribuire a elaborare una cultura della trasformazione in atto, per capire poi come sia possibile vivere e crescere in questi tempi vorticosi, senza subirne passivamente e rovinosamente gli immani scossoni. Vorrei cioè aiutare le giovani generazioni a comprendere la propria natura apocalittica, e a gioirne, vivendola come sorgente di straordinaria creatività.

 

 

I segni apocalittici di un punto di svolta

 

Il primo segno ineludibile che salta subito agli occhi ovunque posiamo lo sguardo, nei diversi ambiti dell’esperienza umana, dalle fondamentali istituzioni antropologiche (famiglia, società civile, religioni, democrazia etc.) alle varie forme di conoscenza e di trasmissione dei saperi (scuola, arte, letteratura, università, massmedia etc.), è che tutto sembra in travaglio, e direi di più tutto sembra aver raggiunto un punto limite, un punto estremo, un punto di non ritorno. Papa Francesco a tal proposito scrive: “sembra di riscontrare sintomi di un punto di rottura, a causa della grande velocità dei cambiamenti e del degrado, che si manifestano tanto in catastrofi naturali regionali quanto in crisi sociali o anche finanziarie, dato che i problemi del mondo non si possono analizzare né spiegare in modo isolato” (Laudato si’ n. 61).

 

Questo punto di rottura si manifesta contestualmente sul piano ambientale, come devastazione del pianeta, e su quello psichico e spirituale, come desertificazione interiore e frantumazione mentale. Sul primo livello Naomi Klein sintetizza così la nostra situazione terminale: “Come sappiamo, continuando a permettere che le emissioni aumentino di anno in anno, il cambiamento climatico trasformerà tutto il nostro mondo: è molto probabile che diverse grandi città finiscano sommerse, che antiche culture vengano ingoiate dai mari e che i nostri figli debbano passare gran parte delle loro vite a fuggire e a riprendersi da violente tempeste e siccità estreme. E non occorre fare nulla di particolare affinché si concretizzi un futuro simile: ci basta proseguire sulla strada che stiamo percorrendo ora”[2]. A questi pericoli estremi vanno poi aggiunti quelli connessi dell’inquinamento dell’aria e dell’acqua, delle spaventose migrazioni provocate dai mutamenti climatici, e delle disuguaglianze crescenti che affliggono tutto il pianeta.

 

Non è facile essere giovani e crescere in un’atmosfera da fine del mondo, tra l’altro ben occultata e mistificata da una cultura dominante irresponsabile e in buona parte dipendente da quei poteri che stanno appunto devastando la terra.

 

Sul piano interiore poi il punto di rottura si manifesta come frantumazione mentale nell’universo delle telecomunicazioni, e come riduzione della libertà a libera scelta tra diversi prodotti offerti e imposti dalla propaganda onnipervasiva del mercato.

Il primo fenomeno lo descrive molto bene Jeremy Rifkin: “Il tumulto dell’interazione sociale spinge e strattona la coscienza degli individui, forzando una perdita di centralità del sé. Presi nel vortice di rapporti sociali concorrenti e spesso contraddittori che ci sommerge, dividiamo disperatamente la nostra limitata attenzione, concedendo frammenti della nostra coscienza”[3].

 

Il fenomeno invece della sottile riduzione in schiavitù dell’essere umano, operata dal sistema tecnocratico e mercantile dominante, non attraverso divieti o leggi costrittive, ma proprio offrendo un’illusoria molteplicità di offerte “libere”, è esplicitato con grande precisione nel lavoro del filosofo sudcoreano Byung-Chul Han: “La tecnica di potere del regime neoliberale assume una forma subdola, duttile, intelligente, si sottrae a ogni visibilità. Qui il soggetto sottomesso non è mai cosciente della propria sottomissione: il rapporto di dominio resta per lui del tutto celato. Così, si crede libero. (…) Il potere intelligente si plasma sulla psiche, invece di disciplinarla o di sottoporla a obblighi o divieti. Non ci impone alcun silenzio. Piuttosto ci invita di continuo a comunicare, a condividere, a partecipare, a esprimere le nostre opinioni, i nostri bisogni, desideri o preferenze, e a raccontare la nostra vita. Questo potere intelligente è, per così dire, più potente del potere repressivo. Si sottrae  a ogni visibilità. La crisi della libertà nella società contemporanea consiste nel doversi confrontare con una tecnica di potere che non nega o reprime la libertà, ma la sfrutta. La libera scelta viene annullata in favore di una libera selezione tra le offerte”[4].

 

L’anima e il mondo, insomma, ci stanno dando chiari segni, abbastanza allarmanti, di una crisi che giustamente definiamo di portata antropologica, in quanto sono proprio i lineamenti fondamentali dell’essere umano ad essere messi in pericolo e in discussione: “La crisi finanziaria che attraversiamo ci fa dimenticare che alla sua origine vi è una profonda crisi antropologica: la negazione del primato dell’essere umano!” (Evangelii gaudium n. 55).

 

Questo punto limite però, a mio avviso, segna certamente la fine catastrofica di una modalità complessiva di essere umani su questa terra, ma, come dicevamo all’inizio, potrebbe annunciare al contempo una buona notizia, e cioè che una nuova modalità, una nuova configurazione antropologica stia tentando di nascere, proprio attraverso la passione secolare della vecchia[5]. In altri termini una corretta lettura dei segni apocalittici dei nostri tempi dovrebbe interpretare ogni fenomeno del nostro tempo proprio in questa luce duplice e ambigua: una forma finisce e un’altra nasce, dentro ogni realtà o esperienza umana: una forma di matrimonio finisce e un’altra tenta di sorgere; una forma di democrazia, una certa forma di religiosità, di cristianesimo, di chiesa, di scuola, di sanità, di università e così via, sta collassando, ma dentro questo travaglio sta nascendo una forma inedita e rigenerata delle stesse realtà.

 

La giusta lettura dei segni di questo tempo vede cioè proprio dentro la fine un nuovo inizio, annuncia anzi, a gran voce, che proprio adesso, proprio ora che tutto sembra finire e tracollare, qualcosa di grande e di nuovo sta sbocciando nel travaglio penoso e insieme glorioso di un parto. Schema questo d’altronde profondamente pasquale.

 

La lettura profetica dei segni di questo tempo perciò non può che configurarsi come Annuncio di una Nascita, di un impellente nuova fioritura: “La Carta della Terra ci chiamava tutti a lasciarci alle spalle una fase di autodistruzione e a cominciare di nuovo, ma non abbiamo ancora sviluppato una coscienza universale che lo renda possibile. Per questo oso proporre nuovamente quella preziosa sfida: ‘Come mai prima d’ora nella storia, il destino comune ci obbliga a cercare un nuovo inizio’” (Laudato si’ n. 207).

 

Sottolineiamo:

come mai prima d’ora: è cioè una situazione estrema e singolare, unica in tutta la storia che conosciamo;

il destino comune: è la specie umana come tale in discussione;

ci obbliga: non ci sono alternative, se non di morte;

a cercare un nuovo inizio.

 

 

 

Verso una figurazione più relazionale di umanità

 

Se non partiamo da questa consapevolezza storica e profetica non credo che potremo offrire alle nuove generazioni un orientamento adeguato alle sfide che sono chiamate ad affrontare.

 

D’altronde i contenuti essenziali di questo passaggio antropologico in atto non sono facili da sintetizzare, e questo non è certamente il luogo. Mi limiterò a dire che la forma di soggettività umana che sembra in crisi terminale è quella che possiamo definire egoico-bellica, quel tipo di umanità che definisce e rafforza le proprie identità (sessuali, etniche, religiose, o politiche) contrapponendosi, appunto polemica-mente, a ciò che è altro da sé. Questa forma di umanità che ha sostanzialmente dominato per tutto l’arco temporale che definiamo storia, si manifesta di decennio in decennio, tra guerre mondiali, minacce atomiche, crisi ambientali, e crolli psichici, apocalittica-mente appunto, come insostenibile. Al contempo una diversa modalità antropologico-culturale, che possiamo definire più relazionale, emerge come l’unica possibilità di sopravvivenza della specie umana[6].

Benedetto XVI, nella Enciclica Caritas in veritate, sottolinea come l’essenza relazionale della soggettività umana debba oggi essere ripresa in seria considerazione, proprio in vista dei processi di unificazione planetaria: “affinché l’integrazione avvenga nel segno della solidarietà piuttosto che della marginalizzazione. Un simile pensiero obbliga ad un approfondimento critico e valoriale della categoria della relazione” (n.53). E’ anzi la stessa “rivelazione cristiana sull’unità del genere umano” che “presuppone un’interpretazione metafisica dell’humanum in cui la relazionalità è elemento essenziale” (n. 55).

 

Ma anche il pensiero laico più avveduto riflette su questo passaggio antropologico verso una configurazione più relazionale del soggetto umano: “Il sé esclusivo autonomo, implicito nei rapporti di proprietà privata, lascia il posto a un sé inclusivo relazionale, partecipante alla piazza pubblica globale, virtuale e reale”[7].

 

In termini cristiani potremmo dire che la nuova umanità, inaugurata da Gesù 2000 anni fa – che è proprio l’Io relazionale per eccellenza, l’Io cioè che è se stesso solo in relazione d’amore, in comunione sostanziale e spirituale con il Padre e con tutti i fratelli e le sorelle del mondo – si stia manifestando a tutti, e al di là delle appartenenze di fede, come il passo evolutivo in atto, il passo-passaggio antropologico che siamo tutti chiamati a fare, se non vogliamo estinguerci.

 

Se questo è vero, allora le nuove generazioni apocalittiche dovrebbero essere aiutate a capire come sia possibile vivere questo trapasso immane, questo spartiacque epocale, nel modo migliore, più creativo, e direi anche più felice, trasformando la fluidità del tempo in una opportunità appunto evolutiva, come suggerisce anche il Documento preparatorio per il Sinodo dei vescovi dedicato ai giovani, I giovani, la fede e il discernimento vocazionale: “La combinazione tra elevata complessità e rapido mutamento fa sì che ci troviamo in un contesto di fluidità e incertezza mai sperimentato in precedenza: è un dato da assumere senza giudicare aprioristicamente se si tratta di un problema o di una opportunità” (n. 1).

 

 

Formare i giovani a passare di umanità

 

Proporrò adesso alcuni spunti di riflessione sulle modalità che, a mio parere, dovrebbe assumere una formazione alla trans-formazione, idonea ad aiutare le nuove generazioni apocalittiche a vivere positivamente questi tempi vorticosi. Mi baserò preminentemente sull’esperienza concreta che svolgiamo nei gruppi di liberazione interiore “Darsi pace”, che ho avviato nel 1999, e che ormai operano in tutta Italia[8].

 

Credo che il primo elemento di questa inedita forma di educazione consista proprio in una sorta di annuncio, che dica con chiarezza che questo tempo è un tempo straordinario da vivere, un tempo difficile, certamente, ma davvero entusiasmante. Questo annuncio ovviamente va accompagnato da accurate spiegazioni.

 

Insomma i giovani oggi sono profondamente smarriti anche perché la cultura dominante non offre loro alcuna chiave interpretativa credibile e incoraggiante del caos che si trovano ad incontrare a scuola, nelle università, nella politica, o nella ricerca di lavoro e di senso. I giovani, come tutti noi d’altronde, hanno bisogno di entusiasmo, ma di un entusiasmo fondato, non retorico né vanamente consolatorio. No! Debbono comprendere con le loro intelligenze acuminate che questi anni stanno portando a compimento un ciclo immenso della storia del pianeta, e che quindi le loro difficoltà sono del tutto giustificate. E debbono al contempo comprendere che questa crisi immane è sostanzialmente una  crisi di crescita, cui possono collaborare con tutta la loro forza vitale.

Il primo elemento formativo è cioè quello culturale, inteso nel senso profetico che stiamo dando a questo termine: l’interpretazione profetica ed evolutiva, messianica cioè, apocalittica ed escatologica, del passaggio in atto.

 

Su questa base cognitiva, che va costantemente alimentata e approfondita – attraverso una lettura critica e accurata di tutti i fenomeni del contemporaneo, da Internet alle serie televisive, dai linguaggi isteriliti della politica al riduzionismo materialistico neoliberista – va consolidata l’idea di una adeguata preparazione interiore alla lotta.

 

L’uomo Morente, in altri termini, e quindi l’intero sistema psico-storico che sta tracollando, non è affatto disposto a cedere facilmente il posto al Nascente, come la storia di Gesù ci insegna ogni giorno. Tutt’altro, il Morente si ostina a resistere tanto più tracolla e collassa; si irrigidisce nelle proprie difese, tanto più si manifesta la sua insostenibilità, e la sua follia. E questa resistenza ostile non è solo esterna, ma anche interiore: ognuno di noi, insomma, ha dentro di sé un Io Morente che resiste, e si oppone al mutamento. Per cui bisogna “vedere attraverso il momento attuale la necessità di una svolta, annunciarla, annunciare che essa non può avvenire senza una conversione interiore”[9].

 

Questa consapevolezza porta i ragazzi a comprendere quanto sia rilevante proprio oggi sviluppare alcune pratiche che possano aiutarci a fronteggiare gli ostacoli interni ed esterni, che sembrano a volte travolgerci.

 

Innanzitutto risulta fondamentale curare la capacità di concentrazione della mente.

E questo è il secondo elemento formativo, quello spirituale, in senso lato.

Oggi i dati sono allarmanti: “Un’indagine dell’Osservatorio sulle tendenze e comportamenti degli adolescenti (vedi www.adolescenza.it ; l’indagine ha interessato 7000 giovani dal Nord al Sud dell’Italia) ci dice che gli adolescenti tra i 13 e i 18 anni stanno da 7 (media) a 13 (punte) ore sul web. Il 71% anche a scuola. Il 12% si sveglia di notte per controllare il telefonino. Si fanno in media da 3 a 8 selfie al giorno. Con punte di 100. Il 31% per ricordo, l’11% per noia, l’8,5% per ridere”[10].

 

E’ necessario far comprendere ai giovani che questo sfilacciamento dell’attenzione indebolisce la nostra mente, e che una mente indebolita si deprime più facilmente, per poi andare disperatamente alla ricerca di compensazioni, e cioè di droghe di vario tipo, dalla comunicazione maniacale al sesso occasionale, fino alle sostanze stupefacenti più disparate. Bisogna che i giovani comprendano bene, anche grazie alle ricerche scientifiche più avanzate, che in questo modo stiamo producendo uomini e donne molto fragili, e quindi molto controllabili, depressi e quindi affamati, facili prede del consumismo pubblicitario. Dobbiamo cioè destare una coscienza rivoluzionaria contro l’inebetimento quotidiano operato dalla cultura di massa. Su questa nuova base di coscienza ribelle, fermamente contestativa del mondo della distrazione universale, sarà più facile iniziare i giovani a pratiche concrete di concentrazione, e di meditazione.

 

Credo che sarà impossibile impostare una qualunque linea educativa nel prossimo futuro, che non inserisca nel proprio percorso questa consapevolezza, questa nuova forma di igiene mentale, per giocare col mondo telematico, senza esserne distrutti mentalmente.

Su questo piano possiamo sia recuperare le più antiche tradizioni cristiane, sia assumere con discernimento alcune tecniche provenienti dalle tradizioni asiatiche[11]. L’importante è iniziare il giovane al gusto del silenziamento interiore, della pace profonda, del rilassamento, e dell’ascolto, senza i quali non risulta possibile nemmeno lo studio approfondito del mondo e della sua storia, che, come abbiamo detto, è altrettanto fondamentale, per passare di umanità.

 

Solo una mente concentrata inoltre può imparare ad ascoltare più in profondità i moti dell’anima, per conoscere molto meglio come funzioniamo, quali paure ci agitino, e perché, quali rabbie e antichi risentimenti avvelenino il nostro cuore, quali abissi di ostilità e di disperazione si spalanchino subito sotto le nostre abituali maschere difensive. Nella educazione della nuova umanità nascente è cioè indispensabile integrare un terzo elemento formativo, oltre quelli culturale e spirituale, e cioè offrire strumenti semplici e concreti di autoconoscimento, in quanto le indicazioni intellettuali, morali o dottrinali, pur valide, sono del tutto inadeguate a sciogliere gli strati compressi e cementificati della nostra alienazione, come scrive con estrema chiarezza Amedeo Cencini: “Se il messaggio teologico vuole scalfire la vita dell’uomo, non può trascurare la conoscenza di come la ‘macchina’ uomo funziona di fatto. (…) Così facendo la teologia rischia di rivolgersi a un uomo che non esiste e di chiedere a quello che esiste di funzionare a un livello per lui di fatto incomprensibile e impossibile. (…) La presentazione del messaggio cristiano e l’adeguata motivazione razionale non bastano per essere giusti e veraci. L’imperativo rimane astratto e inattuabile se ignora le situazioni contingenti che richiedono riconoscimento, interpretazione e capacità di gestione”[12].

 

Proprio in quanto la nostra umanità nascente è molto più radicalmente libera della nostra vecchia figurazione ego-reclusa di uomo, questa liberazione deve raggiungere quelle profondità quasi sempre inconsce in cui le gabbie e le chiusure psichiche si radicano e si rafforzano.

 

Abbiamo così toccato molto brevemente i tre elementi formativi che credo sia indispensabile attivare in modo sinergico e ben calibrato per favorire nelle giovani generazioni apocalittiche la fioritura della loro umanità più consapevolmente relazionale, più spirituale, e cioè in definitiva più rigenerata dallo Spirito di Cristo.

 

Attraverso queste vie di conoscenza il giovane apocalittico riscopre la pregnanza delle sue domande più radicali, comprende che esse non sono affatto astratte o intellettualistiche, ma che scaturiscono dalle proprie più intime e vive profondità. Ed è da questo radicamento esistenziale nella propria vivissima domanda di senso, vissuta come itinerario di liberazione e purificazione interiori, che possono costruirsi nuove forme di aggregazione. I giovani soffrono infatti di solitudine, anche nella massa e nel frastuono emotivo delle telecomunicazioni. E dovranno comprendere che oggi più che mai non ha più alcun senso, né vitalità alcuna, stare insieme semplicemente per “divertirsi”, magari fino a morire, come diceva Neil Postman: amusing to death[13].

Oggi possiamo scoprire una modalità del tutto nuova di aggregazione: quella appunto apocalittica e rivoluzionaria, quella cioè fondata sulla consapevolezza che stiamo per davvero passando di umanità, e che lo possiamo fare allegramente insieme.

 

A tal fine maturano già nuove leadership giovanili, giovani cioè che, vivendo in prima persona i travagli della propria trans-figurazione, sappiano aggregare i propri coetanei, con la forza dell’entusiasmo e della carica rivoluzionaria, creando insieme le forme inedite della comunicazione e dell’azione, finalizzate a trasformare radicalmente le strutture ormai putrescenti di questo mondo.

 

Vorrei finire questo mio contributo con un testo dedicato proprio a questi giovani, con alcune parole che ci invitano tutti a prendere nelle nostre mani il destino nostro e del pianeta:

 

 

 

Siate le guide

Del ricominciamento.

Siate costanti, umili, pazienti.

Chi guida vince la paura

Assumendosi in piena libertà

La responsabilità del mondo. Chi guida

Accetta ogni rifiuto, ogni sconfitta. Sa ricominciare.

Si espone alle critiche più dure.

Fa della frustrazione un insegnamento.

Si decentra

Da sé pensando al bene

Di tutti, e si ricentra così

In me, in questo inizio

Che vi benedice.

 

Accettate la vostra vocazione

Di salvatori, come un servizio. Siate i miei doni

Per le sorelle affrante, per i fratelli sconsolati.

E non vi scoraggiate mai, state

Imparando più in fretta

Di quanto pensiate.

Basta che fate

Ogni giorno il  primo passo

Quotidiano, perché coi vostri

Due pesci io sfamo mezzo mondo, e con un grammo

D’amore scaldo l’altra metà. Perché la buona

Volontà di un solo uomo

Tocca la mia

Corrente universale e poi la passa

Direttamente a tutti,

Come una scossa di luce

A diecimila watt

Toglie dal buio il mondo.

 

Tutto procede per il meglio, Marco, non temere.

Vedrai l’Eterno

Compiere in te opere sante, opere senza uguali.

La tua azione

Fiorirà all’improvviso

Giorno per giorno. Io ti prometto

La forza del mio getto

Dritto e potente nel cuore.[14]

 

 

 

Marco Guzzi

 

 

 

 

Bibliografia dei testi citati

 

Papa Francesco, Lettera Enciclica Laudato si, Ed. Vaticana 2015

Papa Francesco, Esortazione Apostolica Evangelii gaudium, Libreria Ed. Vaticana 2013

Benedetto XVI, Lettera Enciclica Caritas in veritate

  1. Ratzinger, Luce del mondo, Libreria Ed. Vaticana, Città del Vaticano 2010
  2. Girard, Portando Clausewitz all’estremo, Adelphi, Milano 2008
  3. Klein, Una rivoluzione ci salverà, Rizzoli, Milano 2015

J.Rifkin, L’era dell’accesso, Mondadori, Milano 2000

Ib., La civiltà dell’empatia, Mondadori, Milano 2010

Byung-Chul Han, Psicopolitica, Nottetempo, Roma 2016

  1. Cencini e A. Manenti, Psicologia e teologia, EDB 2015
  2. Guzzi, La nuova umanità – Un progetto politico e spirituale, Ed. Paoline, Milano 2005

Ib., Yoga e preghiera cristiana – Percorsi di liberazione, Ed. Paoline 2009.

Ib., Dalla fine all’inizio – Saggi apocalittici, Milano, Ed. Paoline 2011

Ib., L’Insurrezione della nuova umanità, Ed. Paoline, Milano 2015.

Ib., Fede e Rivoluzione – Un manifesto, Ed. Paoline, Milano 2017.

Ib., Il cuore a nudo – Guarire in dialogo con Dio, Ed. Paoline, Milano 2012

[1] R. Girard, Portando Clausewitz all’estremo, Adelphi, Milano 2008, pag. 17.

[2] N. Klein, Una rivoluzione ci salverà, Rizzoli, Milano 2015, p. 13

[3] J. Rikfin, L’era dell’accesso, Mondadori, Milano 2000, p. 278.

[4] Byung-Chul Han, Psicopolitica, Nottetempo, Roma 2016, p. 24-25.

[5] Su questa lettura finale/iniziale del nostro tempo ho scritto diversi volumi. Si cfr. in particolare La nuova umanità – Un progetto politico e spirituale, Ed. Paoline, Milano 2005; Dalla fine all’inizio – Saggi apocalittici, Milano, Ed. Paoline 2011; L’Insurrezione della nuova umanità, Ed. Paoline, Milano 2015.

[6] Si cfr. M. Guzzi, Fede e Rivoluzione – Un manifesto, Ed. Paoline, Milano 2017.

[7] J. Rifkin, La civiltà dell’empatia, Mondadori, Milano 2010, p. 547

[8] Sul Movimento “Darsi pace” si può cfr. il sito www.darsipace.it, e anche il canale Youtube Darsi pace. La collana Crocevia, che dirigo per le edizioni Paoline dal 2004,  costituisce la base teorica di questa sperimentazione di cammini iniziatici per le donne e gli uomini del XXI secolo. Abbiamo già pubblicato 18 volumi http://www.paolinestore.it/shop/in-vetrina/speciali/collana-crocevia.html

[9] J. Ratzinger, Luce del mondo, Libreria Ed. Vaticana, Città del Vaticano 2010, p. 96.

[10] Mariapia Veladiano, La nostra parte di giorno felice, in Vita e Pensiero, 2017/4.

[11] Si cfr. M. Guzzi, Yoga e preghiera cristiana – Percorsi di liberazione, Ed. Paoline 2009.

[12] A. Cencini e A. Manenti, Psicologia e teologia, EDB 2015,  p. 25-26.

[13] Neil Postman, Amusing ourselves  to Death: Public Discourse in the Age of Show Business. USA, Penguin, 1985.

[14] M. Guzzi, Il cuore a nudo – Guarire in dialogo con Dio, Ed. Paoline, Milano 2012, p. 137-138.

 

Tratto dal volume AA. VV., Giovani. Identità, Vissuti, e prospettive, a cura di M. Llanos e A. Romeo, LAS Roma 2019