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Scavare pozzi nel deserto

Ciò che rende bello il deserto, disse il piccolo principe, è che da qualche parte nasconde un pozzo” (Antoine de Saint-Exupéry)

Le prime domande da farci

 

Possiamo per davvero sperare di generare nuova vita, di essere creativi cioè, vivaci, innovativi, e quindi in definitiva più allegri e più felici, dentro una realtà che sembra ogni giorno di più un immenso deserto? Possiamo seriamente sperare di ritrovare le sorgenti dell’acqua scintillante, la frescura dei ruscelli cristallini nella tundra di un tempo storico sempre più ghiacciato e  inaridito?

 

Queste mi sembrano le prime domande che dovremmo porci innanzi tutto come semplici abitanti del pianeta terra, e solo in un secondo momento come cristiani, in quanto la crisi di inaridimento radicale, in cui siamo coinvolti, sta toccando l’essere umano come tale, e solo di conseguenza anche l’esperienza spirituale cristiana.

Le due dimensioni inoltre sono in realtà profondamente connesse, e la risoluzione dell’attuale crisi antropologica dipenderà anche dalla nostra capacità di uscire dalla crisi della fede che stiamo patendo, e viceversa, come vedremo.

 

Proviamo perciò ad osservare un po’ meglio la crisi contemporanea della fede cristiana, per poi cercare di comprendere come sia possibile uscirne tenendo presente lo scenario della crisi antropologica in atto.

 

La rigenerazione avviene proprio nel deserto

 

Papa Francesco parla esplicitamente nell’Esortazione Apostolica Evangelii gaudium dell’attuale inaridimento delle fonti della fede: “E’ evidente che in alcuni luoghi si è prodotta una ‘desertificazione’ spirituale, frutto del progetto di società che vogliono costruirsi senza Dio o che distruggono le loro radici cristiane” (n. 86); ma subito dopo cita un passo della Omelia che Benedetto XVI pronunciò nella Santa Messa con la quale aprì non a caso l’Anno della fede, l’11 ottobre del 2012: “è proprio a partire dall’esperienza di questo deserto, da questo vuoto, che possiamo nuovamente scoprire la gioia di credere, la sua importanza vitale per noi, uomini e donne. Nel deserto si torna a scoprire il valore di ciò che è essenziale per vivere (…) E nel deserto c’è bisogno soprattutto di persone di fede che, con la loro stessa vita, indichino la via verso la Terra promessa e così tengano viva la speranza”.

 

In questi due passi mi sembra che ci sia già un po’ tutto il necessario per ricercare le fonti sempre zampillanti della vita: innanzi tutto la consapevolezza piena del deserto esistenziale e storico che cresce, insieme però ad una fiducia fondamentale che ci dice che proprio dentro questa aridità, a volte straziante, possiamo indirizzarci anche verso una nuova essenzialità, e quindi verso un nuovo livello di realizzazione di quella verità, che sempre ci salva.

 

Dunque dobbiamo essere acutamente consapevoli che la crisi della fede cristiana è davvero molto radicale, tanto che Benedetto XVI ne denunciava la gravità già nella sua Introduzione al cristianesimo, del 1968, e dobbiamo anche ricordare che essa in realtà  segnala la crisi generale di quasi tutte le forme religiose tradizionali in ogni parte del mondo. E questa crisi della religiosità rituale tradizionale a sua volta è solo uno dei fenomeni di un passaggio che possiamo definire davvero di portata antropologica, entro il quale l’intera umanità sembra ricercare una nuova configurazione di sé, sembra tendere cioè verso una configurazione più libera e più matura, più consapevole direi del mistero che ognuno di noi è[1].

 

Naturalmente qui parliamo della tendenza potenzialmente evolutiva della crisi in atto, che porta con sé anche evidenti tendenze nichilistiche, relativistiche, e direttamente diaboliche.

 

Ma, se guardiamo questa crisi in chiave evolutiva, come appunto potenziale fase di purificazione, e di ricerca dell’essenzialità, allora attraverso il tracollo di tante forme religiose tradizionali possiamo intravedere la faticosa emersione di una umanità più autentica, più spiritualmente matura, e quindi per noi più cristificata.

 

E qui mi pare che tocchiamo un primo concetto molto rilevante se vogliamo diventare nuova-mente creativi e generativi come discepoli del Cristo Vivente:

oggi noi siamo chiamati a fare esperienza del suo Spirito in noi proprio come quella nuova forma dell’Io umano che sia pure molto faticosamente sta emergendo in modo sempre più evidente come l’unica possibilità non solo evolutiva, ma addirittura di sopravvivenza della specie umana su questa terra.

 

Per cui proprio oggi noi possiamo annunciare il mistero di Cristo in modo nuovamente autorevole e convincente, ma solo se lo facciamo comprendere  in questa chiave: Cristo è proprio quella  nuova umanità, Cristo è proprio quell’uomo nascente, quella nuova forma dell’Io umano che ognuno di noi sta diventando: Cristo perciò è l’unica soluzione della crisi antropologica in atto, e la nostra più profonda esperienza del suo Spirito in noi è l’unica soluzione della crisi della fede cristiana.

 

Ciò significa che noi cristiani non dovremmo affatto attenuare o addolcire la gravità della crisi che sta attraversando l’intero pianeta, ma anzi dovremmo comprenderne e mostrarne ancor meglio la natura terminale, ma in chiave pasquale però, cata-strofica in quanto meta-noica, annunciando proprio dentro questa evidente fine dei giochi del nostro vecchio io mortale l’avvento di una figurazione molto più umana e libera del nostro essere. In tal senso Papa Francesco scrive nell’Enciclica Laudato si’: “L’autentica umanità, che invita a una nuova sintesi, sembra abitare in mezzo alla civiltà tecnologica, quasi impercettibilmente, come la nebbia che filtra sotto una porta chiusa. Sarà una promessa permanente, nonostante tutto, che sboccia come un’ostinata resistenza di ciò che è autentico?” (n.112)

Ecco, tutta la nostra possibilità di diventare generativi e creativi dipende dalla nostra capacità di rispondere a questa domanda, con forza, però, e con credibilità personale.

 

Le pseudo-soluzioni fondamentalistiche e nichilistiche

 

In questa fase tanto caotica e cruciale, in cui il discernimento mi pare il dono più rilevante da chiedere allo Spirito, tutti noi cristiani corriamo due pericoli sempre più evidenti:

da una parte, intimoriti dalle enormi difficoltà del passaggio, possiamo tendere a rifluire nelle solide certezze del passato, e cioè ci illudiamo che il futuro possa essere trovato appunto riciclando le forme museali dei secoli scorsi, e questo pericolo potremmo chiamarlo il riflusso fondamentalistico;

dall’altra parte potremmo invece illuderci che la libertà consista nel puro e semplice dissolvimento di tutte le nostre identità tradizionali, e che quindi il futuro ci si apra dinanzi come pura e semplice cancellazione del passato, e questo pericolo lo potremmo definire la deriva nichilistica.

 

Entrambe queste risposte però mi sembrano del tutto fuorvianti, anche se ciascuno di noi inevitabilmente le può ospitare dentro di sé almeno come tentazioni ricorrenti.

Gli effetti psicologici poi di queste pseudo-soluzioni della crisi sono  purtroppo del tutto evidenti e negativi: irrigidimenti difensivi, aggressività isterica, pessimismi cronici, sindromi depressive, carenza di entusiasmo, volontarismi e attivismi compulsivi, devianze compensatorie, e così via, fino a vere e proprie sindromi psichiatriche.

 

L’unica via percorribile perciò  per uscire rinnovati da una crisi della fede che deriva da una crisi antropologica universale, mi sembra consistere nella ricerca di  un’esperienza personale molto più profonda e autentica del passaggio dalla forma mentale del nostro vecchio io (che è poi la fonte spirituale di questa civiltà terminale) a quella del nostro nuovo io rigenerato come Spirito di Dio, in Cristo.

L’unica via di uscita, sia a livello antropologico che a livello cristologico, ed ecclesiale, è cioè iniziatica: pasquale e battesimale.

E’ qui, è solo a queste profondità che le due crisi, planetaria e di fede, si unificano nell’unica risoluzione: la nascita della nostra nuova umanità[2].

 

Iniziazione e Rivoluzione

 

Il 16 settembre del 2016 Papa Francesco diceva ai partecipanti al corso di formazione per i nuovi vescovi: “Oggi si chiede troppo frutto da alberi che non sono stati abbastanza coltivati. Si è perso il senso dell’iniziazione, e tuttavia nelle cose veramente essenziali della vita si accede soltanto mediante l’iniziazione”.

Da qui perciò mi pare che si debba ripartire a tutti i livelli, dalla catechesi dei bambini fino alla formazione della vita consacrata, da una riformulazione dei cammini che possano aiutarci a sperimentare la costante mutazione del nostro io da mortale ad eterno, da psichico cioè a pneumatico, da anima carnale a Spirito datore di vita.

 

Di questo rinnovamento della catechesi la Chiesa si occupa da decenni, almeno a partire dal Documento di base, del 1970, ma con risultati non sempre soddisfacenti.

Da oltre 20 anni stiamo portando avanti l’esperienza dei Gruppi Darsi pace, che si offrono come un piccolo contributo proprio nella direzione di questo rinnovamento[3].

Sulla base di questa esperienza condivisa con migliaia di persone vorrei suggerire solo alcuni spunti preliminari che possono essere integrati in qualsiasi cammino formativo, e che spero possano essere utili per ritrovare l’acqua sorgiva dello Spirito anche tra le dune più asfissianti del deserto.

 

Innanzi tutto credo che dovremmo tenere conto che tutti noi siamo oggi particolarmente affaticati e oppressi, stiamo cioè effettivamente soffrendo una straordinaria aridità spirituale, che si trasforma spesso in depressione, mancanza di vitalità, e sconfinata tristezza. Un recente Rapporto del CENSIS ci avvertiva che il 74% degli italiani soffre ogni anno di stress esistenziale, e cioè di una sofferenza che non possiede altre motivazioni che non sia quella della fatica di vivere. Gli esseri umani insomma sono ogni giorno  più debilitati, giovani e adulti, le nostre menti sono frammentate e frantumate in un caleidoscopio di sollecitazioni visive e informative senza precedenti, dobbiamo inoltre corrispondere ad una marea crescente di richieste sociali, e ciò ci rende esausti.

La sociologia contemporanea infatti parla da alcuni anni proprio del Sé esausto.

 

Allora la prima cosa che dovremmo offrire alla nostra umanità esausta è un luogo di accoglienza pacificante, un luogo di riposo.

Prima di ogni altra cosa, prima di parlare di Dio o di morale, penso che le persone debbano sentirsi accolte in una dimensione del tutto diversa da quella del mondo circostante: un luogo dove non ti si richiede proprio nulla: un luogo in cui invece ricevi subito un piccolo ma reale sollievo.

 

La vita spirituale torna ad essere interessante, e anche ad affascinare, se subito viene sperimentata come una dimensione in cui immediatamente possiamo incominciare ad alleggerirci almeno un po’ di tutti quei pesi interiori che ci soffocano, e ci sprofondano nella disperazione.

In tal senso ogni cammino iniziatico deve ritrovare un’autentica e praticata centralità contemplativa: “Perciò è urgente ricuperare uno spirito contemplativo, che ci permetta di riscoprire ogni giorno che siamo depositari di un bene che umanizza, che aiuta a condurre una vita nuova. Non c’è niente di meglio da trasmettere agli altri” (Evangelii gaudium n. 264)

 

Ma ciò significa iniziare da subito le persone a pratiche concrete e quotidiane di concentrazione mentale, di meditazione, e di consapevolezza; pratiche entro le quali la persona inizi subito a sperimentare qualcosa della mirabile trasformazione del nostro piccolo io nell’infinità areata dello Spirito.

 

E’ in questa dimensione di silenzio e di pace crescenti che possiamo imparare anche a conoscerci sempre più in profondità, ad ascoltare le nostre paure, a riconoscere le nostre difese più o meno aggressive, ad incontrare la nostra disperazione, e quindi a lasciare che lo Spirito di Cristo ci liberi fin laggiù, e lasci sgorgare da quelle profondità ferite l’acqua viva della salvezza.

 

Questo quotidiano lavoro contemplativo e autoconoscitivo ci mette così in rapporto vivo con quella potenza dello Spirito che si traduce sempre in nuova energia storica e culturale, in quel moto di rivoluzionamento concreto che è la temporalità messianica dopo Cristo: “Il Battesimo è la rivoluzione che ci ha portato Gesù. Una rivoluzione per trasformare la storia, che cambia in profondità il cuore dell’uomo.” (Catechesi di Papa Francesco al Convegno diocesano di Roma, 17 giugno 2013)

 

Io credo che una spiritualità molto più iniziatica, e proprio per questo molto più rivoluzionaria potrà ridonare entusiasmo e speranza a tutti noi, e quindi liberare una inaudita capacità creativa, anche nel deserto di questi giorni mortali.

 

Marco Guzzi

 

Breve sintesi

Per tornare ad essere creativi dobbiamo innanzitutto comprendere meglio la natura del deserto spirituale e culturale in cui ci troviamo, non solo come cristiani, ma anche come abitanti del pianeta terra. Questa consapevolezza può poi condurci a comprendere anche il senso potenzialmente evolutivo di questo tempo di prova, come purificazione e possibile ricominciamento, che a sua volta però richiede cammini iniziatici profondamente rinnovati, e cioè un’esperienza personale e quotidiana della nostra trasformazione nello Spirito di Dio, che ci ridona l’acqua della vita.

 

Pubblicato nella Rivista “Religiosi in Italia” della Conferenza Italiana Superiori Maggiori
2020 N. 434

 

[1] Per approfondire questi temi si cfr. M. Guzzi, Alla ricerca del continente della gioia, Ed. Paoline 2019.

[2] Per approfondire M. Guzzi, La nuova umanità – Un progetto politico e spirituale, Ed. Paoline 2004.

[3] Per approfondire www.darsipace.it, e tutta la collana Crocevia, pubblicata dalle Ed. Paoline dal 2004, che costituisce interamente la base teorica dei nostri gruppi e nella quale abbiamo pubblicato finora 21 volumi.