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Nuove Visioni



2 marzo 2006

In che cosa posso sperare?
Forme e contenuti della speranza
alla fine di un mondo



Tornare a sperare

Che cosa significa sperare in senso pieno e radicale? E’ come chiedersi: quali sono i desideri ultimi e più profondi dell’essere umano? Ognuno di noi, infatti, spera nella misura in cui è in grado di desiderare. Se l’orizzonte dei miei desideri sarà ad esempio limitato al successo nel mondo, io spererò intensamente di raggiungerlo, convinto che questo raggiungimento mi darà alla fine la sospirata felicità. Perché è poi questa la vera mèta: la felicità. Solo che ognuno crede di sapere molto bene come raggiungerla, e desidera perciò ciò che è convinto che lo soddisfarà, animandosi della speranza di ottenerlo.

La pubblicità conosce molto bene questi strettissimi nessi interiori tra desiderio, speranza, e felicità. Sa che basta indurre un certo desiderio associandolo ad una speranza di felicità, per spingere gli uomini a fare carte false o semplicemente ad indebitarsi fino al collo pur di conquistare l’oggetto del loro desiderio. E sa anche che il desiderio umano è per sua natura mimetico, come ci ha spiegato molto bene in questi ultimi decenni l’antropologo francese René Girard, e cioè che tendiamo quasi sempre a desiderare proprio ciò che desiderano tutti gli altri. Questa dinamica del tutto irrazionale e a volte ossessiva si chiama moda.

Noi umani poi, per nostra somma sventura, finiamo per plasmarci integralmente sulle cose che desideriamo e speriamo di ottenere. Assumiamo cioè i caratteri e lo “spirito” di ciò che amiamo, per cui “se la cosa amata è vile, l’amante si fa vile”, come direbbe Leonardo. E questo processo di assimilazione procede a tal punto che si potrebbe arrivare a dire così: dimmi che cosa speri e ti dirò chi sei. Se desideriamo il potere infatti diventeremo semplicemente degli arrampicatori sociali, se speriamo invece che il denaro possa renderci felici diverremo accumulatori insaziabili di ricchezze, e così via, ma in un senso del tutto radicale, nel senso cioè che tutto il nostro essere (mente, anima, e cuore) sarà intonato, guidato, orientato dal nostro desiderio dominante.

Solo che il soddisfacimento di qualsiasi desiderio proiettato su oggetti materiali o anche su realizzazioni sociali, intellettuali, e perfino morali, non sazia affatto la fame dell’uomo. E’ come se tutti i desideri che la pubblicità e la cultura dominante continuano a rappresentarci ossessivamente come mète ultime e gratificanti, nascondessero un altro desiderio, una speranza molto più grande, una speranza totale. Che cosa spera dunque l’essere umano veramente? Qual è l’orizzonte appropriato, l’apertura del desiderio adeguata alla nostra natura?

Ognuno di noi, se si ascolta con grande semplicità, potrà facilmente riconoscere di desiderare in fondo una gioia piena, una felicità perfetta. Se poi andiamo a scrutare i contenuti di questa felicità incontreremo pochi elementi essenziali profondamente interconnessi tra di loro: desideriamo cioè ardentemente conoscere la verità ultima sulla nostra vita e sul destino dell’universo, desideriamo poi vivere relazioni affettive in cui l’amore possa fluire libero e sciolto da ogni paura, e desideriamo infine che le nostre relazioni d’amore non finiscano mai, perché una gioia perfetta non può che essere eterna, come cantava perfino l’ateissimo Zarathustra di Nietzsche: “Profondo è il mondo,/ Più profondo di quanto credesse il giorno./Profondo il suo dolore,/ Ma più profonda del dolore la sua gioia:/ Dice il dolore: trapassa!/ Ma ogni gioia vuole l’eternità,/ Vuole profonda, profonda Eternità!”
Noi umani desideriamo cioè semplicemente amare e conoscere e vivere in eterno. E quindi desideriamo ciò che usualmente denominiamo Dio e speriamo in Lui, speriamo di partecipare della sua vita, di scoprircene con gioia inaudita e definitiva intimissima parte, e tutta la nostra esistenza è interamente “una ginnastica del desiderio”, come diceva sant’Agostino, protesa cioè a slanciarsi verso il proprio vero obiettivo, liberandosi via via della vanità illusoria di tutti gli altri.

Questo è l’orizzonte del nostro vero desiderio, adeguato al mistero della nostra umanità. Questa è l’ampiezza davvero infinita del nostro cuore. Ampiezza che non abbiamo determinato né inventato noi e che non possiamo perciò in alcun modo limitare. Possiamo certo rifiutarci di credere che questo desiderio sia realizzabile. Ciò non toglie che dovremo comunque confrontarci per tutta la vita con il nostro più intimo (e infinito) desiderio, che ci caratterizza e ci struttura come esseri umani, anche solo per negarne la realizzabilità. L’ateo è cioè una persona che deve negare ciò che il suo stesso pensiero, il suo stesso cuore desiderante gli evoca come possibilità assoluta di salvezza. Il disperato è colui che deve negare la possibilità che proprio le sue più intime speranze siano realizzabili.

Questa speranza piena, che corrisponde ai desideri ultimi del nostro cuore, è oggi molto offuscata. E’ come se l’umanità non si sentisse più capace dei propri stessi desideri, si volesse rimpicciolire, ridimensionare al di sotto della propria statura naturale. Ed è per questo che la fede cristiana vive una profondissima crisi, in quanto essa ha dato compimento a tutti i desideri più folli e santi dell’essere umano, e perciò può fiorire solo nei momenti in cui le speranze totali e finali riesplodono nel cuore della storia e danno vita a nuovi linguaggi, a prassi inedite di vita comunitaria e politica, a visioni, opere d’arte, progetti di umanità letteralmente inauditi.

Oggi non è così. Ancora non è così. Per ora sembra dominare la disperazione dei piccoli desideri e quindi l’indolenza culturale. Ma forse questa soffocante disperazione ci vuole segnalare un passaggio critico di tipo evolutivo. Forse la disperazione contemporanea ci sta indicando che molte forme in cui la speranza cristiana si è finora espressa, sono ormai esaurite. Forse la disperazione può diventare una dolorosissima pedagogia purificativa. Forse il grande desiderio che ci abita sta per esprimersi in modi inediti, con nuova forza e semplicità. Ma andiamo con ordine.


Sperare l’eternità dentro la storia terrena

Il Catechismo della Chiesa Cattolica sintetizza bene il nesso che abbiamo già individuato tra desiderio, speranza e felicità: “La speranza è la virtù teologale per la quale desideriamo il Regno dei cieli e la vita eterna come nostra felicità” (1817). Il cristiano spera di raggiungere tutti i beni più folli che il cuore umano desidera: la visione e la conoscenza diretta di Dio come Amore incondizionato e Sapienza piena di premure nei nostri confronti, la comunione senza fine con le persone che amiamo, la gioia perfetta nell’eternità di una vita tutta divina, che già qui sulla terra impariamo a sperimentare in una crescita continua di luce e di conoscenza. La Traccia di riflessione scritta in preparazione al Convegno ecclesiale di Verona precisa poi come questa speranza diventi sempre testimonianza per gli altri: “Testimone è chi sa sperare. La testimonianza cristiana è contrassegnata dalla speranza di Pasqua, dal giudizio sul peccato del mondo che non ha accolto il Salvatore e dalla riconciliazione con cui il mondo viene redento e trasfigurato. Il luogo di questa riconciliazione è l’uomo nuovo, restituito alla buona relazione con il Signore e reso capace di plasmare la vita, di condurre un’esperienza quotidiana di relazione in famiglia, con gli amici, al lavoro, nella società. In questi scenari si attua l’esercizio del cristianesimo radicato nella speranza della risurrezione”(n.5).

L’essere umano che spera nella piena realizzazione dei propri desideri di eternità, sostenuto e confermato dalla propria fede, che è appunto “fondamento delle cose che si sperano” (Ebr 11,1), è cioè un essere radicalmente nuovo, che produce dentro la storia forme di vita nuove, e proprio così testimonia, dà testimonianza lampante di sperare in qualcosa di molto diverso rispetto agli uomini vincolati alle leggi del mondo visibile, e cioè di desiderare molto al di là di ciò che questo mondo può promettere, e quindi di essere per davvero membro di un’altra umanità, in quanto, come abbiamo detto, è proprio il contenuto del suo desiderio che dà misura (spessore, ampiezza, elevatezza, e profondità) all’essere umano. In altri termini la speranza, come d’altronde la fede e l’amore cristiani, si testimoniano sempre e comunque producendo storia, e cioè cultura. Perciò Giovanni Paolo II scriveva con grande precisione nella Lettera per l’istituzione del Pontificio Consiglio per la Cultura: “Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta”.

Noi viviamo, come sostiene ancora la Traccia “Nel tramonto di un’epoca segnata da forti conflittualità ideologiche”, in una fase in cui “emerge un quadro culturale e antropologico inedito”(n.1). In realtà sembra essere addirittura un’intera figurazione antropologica di umanità che si sta liquefacendo, e per altro da secoli. Potremmo dire in estrema sintesi che ogni forma di identità umana, fondata sulla contrapposizione polemica all’altro da sé, e cioè in definitiva sulla guerra, si stia consumando, mostrando tutta la propria distruttività intrinseca. Ogni cultura ed ogni religione è perciò sottoposta ad un travaglio immane, in quanto tutte le identità storico-culturali si sono in larghissima misura fortificate lungo i millenni proprio attraverso la contrapposizione polemica, l’esclusione, o la diretta persecuzione dell’altro. Questo travaglio ci provoca perciò a ritrovare le profondità più autentiche delle nostre speranze cristiane proprio nel crogiolo di una durissima (ma provvidenziale) purificazione, che ci costringe ad abbandonare molte forme storiche della nostra fede, che appartengono in realtà alla fase bellica e polemica della vicenda umana sulla terra. E questo spogliamento, questo alleggerimento veramente evangelico è oggi la cosa più difficile da operare, più osteggiata, più temuta, ma anche più urgente e più necessaria.


Le false speranze

Che cosa significa dunque testimoniare la speranza cristiana in questo grandioso passaggio d’epoca? Che cosa significa tradurre in cultura viva questa speranza? Significa, credo, innanzitutto ritrovare e far risplendere il suo contenuto essenziale: la sua radicale differenza rispetto ad ogni altra speranza mondana. E l’immensa crisi antropologica in atto può paradossalmente aiutarci in questo compito, in quanto tende ad incenerire di decennio in decennio molte delle illusorie speranze costruite nella storia: sacri imperi, stati etici, poteri temporali, certezze ideologiche o teologiche brandite come manganelli, presunzioni scientistiche, deliri tecnologici etc. etc. Ecco perché il nostro è in realtà il tempo più propizio, da duemila anni a questa parte, per un nuovo annuncio della buona notizia del Regno di Dio che viene. Sta solo a noi cristiani vedere e testimoniare le grandi opportunità nascoste proprio dentro il grande pericolo.

Questo implica però un inedito ed urgentissimo lavoro di demistificazione culturale, o più semplicemente di critica. Noi cristiani siamo chiamati oggi più che mai a mostrare l’inconsistenza di tutte le false speranze che stanno pullulando sul pianeta proprio per catturare le menti smarrite e confuse della nostra umanità.
Le false speranze più diffuse si potrebbero suddividere in due grandi categorie: quelle nichilistico-tecniche e quelle neo-fondamentalistiche. Le false speranze nichilistico-tecniche vorrebbero farci credere che la soluzione a tutti i nostri problemi verrà dalla ricerca scientifica e dalle sue sempre più efficaci applicazioni tecniche, guidate dalla “saggezza” delle leggi del mercato. Rientrano in questa categoria un certo neoliberismo montante, ma più in generale la tendenza universale a ridurre quasi tutto il confronto politico alle questioni economico-finanziarie. A queste false speranze dobbiamo rispondere con Maurice Bellet: “Siamo impazziti! Bisogna insorgere con tutte le energie che ci restano contro i neo-fatalisti che si rifugiano dietro le leggi dell’economia”.
L’altro grande filone delle false speranze attualmente smerciate su tutto il pianeta è quello dei vari ritorni fondamentalistici al passato: si torna alla sacralità sia della politica che delle religioni, alle fanfare nazionali, alle retoriche risorgimentali, ai “valori cristiani” di non si sa bene quale “bel tempo andato”… Si torna indietro cioè, nella falsa speranza di trovare lì un qualche punto fermo, un qualche fondamento appunto, mettendo inutili toppe ad un vestito vecchio che andrebbe invece semplicemente cambiato.

Il cristiano testimonia oggi la vera speranza demistificando e sottoponendo a durissima critica queste due forme di falsa speranza, e cioè di illusione, e ricordando appunto a tutti ed in ogni occasione che i pericoli sono due e sono complementari: relativismo nichilistico e assolutismo fondamentalistico sono in realtà fratelli gemelli e si producono a vicenda. Ed entrambi sono del tutto estranei al cuore della nostra umanità nascente, e cioè al cuore del Cristo che viene.


Sperare l’alba dentro il tramonto

In questo grandioso passaggio d’epoca dobbiamo al più presto recuperare tutta la forza dirompente e sovversiva della pars destruens dell’annuncio evangelico della salvezza. Dobbiamo risentire dentro di noi e poi testimoniare che la nuova umanità che spera in Cristo non è di questo mondo, ma ne è la perfetta e costante confutazione: “Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia” (Giov.15,18-19). Per cui il tracollo antropologico in atto, attraverso il quale tutte le culture belliche del mondo sperimentano la loro intrinseca distruttività e tramontano, è in realtà un tempo di grazia straordinaria dal punto di vista escatologico cristiano, un tempo di conversione e di possibile ricominciamento.

Questo dobbiamo testimoniare e spiegare ai nostri fratelli e alle nostre sorelle: la grande crisi in cui siamo tutti immersi non va affatto ostacolata o mistificata con soluzioni fallaci e ancora una volta violente, né va temuta; ma va al contrario favorita e orientata nella direzione della nascita della nostra nuova umanità post-bellica e quindi più profondamente cristiforme. Che crollino dunque tutti i sepolcri imbiancati della storia, che vadano in fallimento e in liquidazione tutte le identità storiche e religiose che hanno imprigionato per secoli gli uomini, spingendoli ad odiarsi tra loro. Dica il cristiano, con la forza della sua speranza, che chi resta attaccato alla propria vita e alle figure incartapecorite della propria identità storica, perderà sia l’una che l’altra; mentre chi si abbandona alla propria radicale trans-figurazione, rinunciando ad ogni possesso di sé e della propria identità, ritroverà la propria verità e la propria vita nel mistero del suo divenire eterno, del suo fluire verso l’agognato compimento: “Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna”(Giov 12,25).

Dobbiamo dire ai nostri fratelli che questa grande crisi, in cui è “in pericolo, di fatto, il futuro del mondo” (Gaudium et Spes, n.15), può essere vissuta fino in fondo in modo evolutivo e salvifico. Dobbiamo annunciare, uscendo da ogni funesto pessimismo nostalgico, che questo terribile tramonto occidentale può essere attraversato come una difficile ma feconda e ineluttabile purificazione, come tramonto cioè e scomparsa di ciò che non ci serve più, ma anzi ostacola ormai la nostra crescita, di tante arroganze e illusioni e violenze millenarie bagnate dal sangue di milioni di vittime innocenti. Possiamo cioè amare il (nostro) tramonto, e fare di questo tramonto, che è in realtà una trans-figurazione, un luogo, personale e storico al contempo, in cui maturi un amore sempre più profondo e vero: una umanità molto più umana, in quanto molto più divina.

Questo dobbiamo annunciare e testimoniare in modo credibile, questa è la nostra speranza: la nuova umanità sta procedendo e sta maturando proprio attraverso questo tramonto. Anzi, se ripenseremo a fondo la storia degli ultimi secoli nella sua valenza evolutiva, vedremo che è proprio l’umanità messianica inaugurata dal Cristo Gesù che sta consumando da dentro tutte le figurazioni storico-culturali belliche di questo mondo, per aprirci ad una fase nuova della storia della salvezza, una fase che richiede però una profondissima purificazione anche di tutte le figurazioni storiche del cristianesimo per come finora si sono espresse, come dice bene André Fossion, un gesuita che presiede l’Equipe Europea dei Catecheti: “la fede cristiana si trova oggi in uno stato generalizzato di cominciamento o di ricominciamento. Chi dice ‘ricominciamento’ dice contemporaneamente processo di morte e di rinascita. Si assiste, oggi, in effetti, alla fine di un mondo come pure alla fine di un certo cristianesimo.” E non dovrebbe essere proprio la tanto agognata unificazione dei cristiani uno dei frutti di questa nuova fase che si apre? E questa riunificazione non richiede inevitabilmente una conversione e una purificazione immani, un lasciar cadere strutture secolari, teologiche ed ecclesiologiche, che hanno scavato abissi di separazione tra cristiani, quasi sempre in nome del potere mondano, e non certo del Dio dell’unità e della pace?


Il dinamismo pasquale diviene la dinamo della nuova storia

Ma perché il cristiano è l’essere umano più avvantaggiato in questo tempo cruciale di fine di un mondo e di liquidazione di tante figure storico-culturali di identità? Come mai la nostra più autentica speranza non solo non si appanna affatto ma anzi rifulge con luce crescente proprio ora che tutto sembra oscurarsi e farsi tenebroso? A queste domande possiamo rispondere adeguatamente solo penetrando fino in fondo nel mistero della Pasqua. E’ infatti tra il venerdì di passione e la domenica di resurrezione che noi vediamo come l’inaugurazione già qui sulla terra di un’esperienza di vita umana divinizzata avvenga attraversando proprio un punto di massimo abbandono e di rinuncia ad ogni possesso ( identitario) di sé, in un punto cioè di crisi assoluta. Per cui anche noi, che seguiamo il Cristo lasciandoci trans-figurare dal suo Spirito di Amore, ci apriamo ogni volta alla vera speranza cristiana in un punto molto prossimo alla disperazione, lì dove cioè tutte le speranze (solo) umane sono collassate, lì dove sembra restare perciò soltanto il nulla dell’assurdo. Proprio lì accade il Nuovo. Ecco perché questo tempo dominato dalla disperazione e dal nulla, dal crollo miserevole delle illusioni umane, è il tempo più simile alla Pasqua, è il tempo della decisione finale tra l’assurdo e il divino. Ed è questa la speranza altissima che siamo chiamati a testimoniare.

Diventiamo perciò autentici testimoni della Pasqua oggi se innanzitutto sperimentiamo nella nostra esistenza questo dinamismo pasquale di perdita (di ogni identità, certezza e illusione)/ accoglimento quotidiano della grazia di una vita nuova. Questo dinamismo pasquale chiede di diventare oggi il cuore di una riformulazione dell’intera cultura umana sulla terra, al di là del tramonto di tutte le espressioni culturali belliche del passato. In altri termini l’esperienza mistica dell’estrema rinuncia all’autosufficienza e all’autofondazione che diventa esplosione di vita nuova, deve diventare oggi la dinamo di una creatività inedita che rigeneri ogni ambito della vita terrestre, aprendola al respiro sanante dell’Eterno Amore. E questo richiede innanzitutto l’elaborazione di itinerari di formazione spirituale idonei a far crescere uomini e donne che sappiano appunto tradurre la loro esperienza mistica in linguaggi, tecniche, forme di comunicazione, e cioè nella cultura dell’umanità nascente, per una autentica Cresima del Mondo.




Pubblicato nella Rivista I Religiosi in Italia , n.353/2006, della Conferenza Italiana Superiori Maggiori (CISM).

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