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Marco Guzzi
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Nuove Visioni



11 maggio 2007

Ma vogliamo davvero cambiare?
Le piazze urlanti e le rivoluzioni del cuore

Oggi tutti vogliamo cambiare. Almeno a parole. Il cambiamento sembra essere diventato lo slogan più in voga, più alla moda, l’unica modalità anzi in cui vivere il nostro tempo. I politici invocano il cambiamento ad ogni nuova elezione, i vescovi si interrogano su come testimoniare la fede in un mondo che cambia, miriadi di scuole psicologiche ci insegnano come cambiare la nostra vita, e milioni di aziende ci inducono ad ogni istante a cambiare auto, computer, gestore telefonico, supermercato, o semplicemente marca di scarpe o di wurstel.

Pochi ci ricordano però che in realtà una parte consistente del nostro essere non vuole cambiare affatto, e anzi paventa con orrore qualsiasi minimo spostamento delle proprie abitudini mentali e comportamentali. Pochissimi poi ci costringono con realismo ad ammettere che non sussiste alcun cambiamento di sostanza che non passi attraverso una revisione critica del nostro passato, quel processo cioè che la tradizione ebraica e cristiana chiama conversione, ma che possiede caratteri analoghi in qualsiasi percorso di reale trasformazione, sia personale che storico-culturale.

A livello personale infatti cambiare, nella direzione di una maggiore libertà e di una felicità più piena, significa ogni giorno riconoscere, con coraggio, umiltà e fiducia, aspetti sempre più profondi delle nostre distorsioni interiori, delle nostre prigionie, confrontarci a volte amaramente con le paludi della nostra pigrizia, con le acque morte dell’invidia e del malanimo, con i frutti velenosi delle nostre avidità e bramosie, con i bubboni dell’orgoglio e della presunzione, e con tutta la rabbia e l’odio che fermenta nei bassifondi della nostra anima.
Non ci sono altre vie né scorciatoie a buon mercato.

Entrare in un processo reale (e non consumistico o propagandistico) di cambiamento significa appunto riconoscere dentro noi stessi questi moti distruttivi del cuore, vederli con sempre maggiore lucidità, e confessarli, e cioè staccarsene: li identifico dentro di me, ma non mi ci identifico più, anzi me ne differenzio. Quel moto di rabbia è in me, ma io non lo faccio più mio, lo confesso come a me estraneo.

Più il riconoscimento delle nostre negatività, delle nostre illusioni, e dei nostri errori di giudizio, diviene profondo e sincero, e più il nostro cambiamento procederà spedito. Ecco perché normalmente i santi confessano di essere grandi peccatori: guardano meglio dentro se stessi, vedono meglio di noi l’abisso dei fuochi distruttivi che ci abita. Gli uomini e le donne di questo mondo, invece, e noi stessi, per quel tanto che resistiamo nella nostra ignoranza, ci crediamo del tutto apposto, praticamente perfetti, o presumiamo di cambiare senza dover cambiare niente, portandoci dietro tutto il bagaglio delle nostre avidità, in quanto siamo accecati da quell’autosufficienza che detesta ogni spirito di confessione, e cioè di liberante autocritica, come precisa con la consueta sottigliezza Bonhoeffer: “La radice di ogni peccato è l’orgoglio, la superbia. Voglio essere per mio conto, ho diritto a me stesso, a nutrire il mio odio e la mia concupiscenza, a volere la mia vita e la mia morte.(…) La confessione davanti al fratello è la più profonda umiliazione, fa male, ci mette a terra, abbatte la superbia senza risparmiarla. (…) Nella confessione di peccati concreti l’uomo vecchio muore fra i dolori di una morte ignominiosa in presenza del fratello”.
Solo così, però, solo attraverso il quotidiano e doloroso riconoscimento di ciò che in noi non è la verità del nostro essere, noi cresciamo in umiltà e in verità: lasciamo che il volto radioso della nostra persona emerga dalle tenebre deformanti in cui è almeno in parte occultato, e cioè in definitiva cambiamo nella direzione di una più piena libertà.

Il medesimo processo autopurificativo lo vivono oggi (o almeno lo dovrebbero vivere) tutte le tradizioni culturali e religiose della terra. E’ come se l’intera umanità si stesse sottoponendo ad un processo di generale conversione, rivedendo tutta la propria storia precedente alla luce di una nuova consapevolezza, di una figurazione inedita e più pacifica dell’Essere Umano, come scrisse con grande precisione (e da un punto di vista del tutto laico) il filosofo francese Jacques Derrida verso la fine della sua vita: “La Globalizzazione del perdono assomiglia allo scenario immenso d’una confessione in atto, dunque a una convulsione-conversione-confessione potenzialmente cristiana, un processo di cristianizzazione che non ha più bisogno della Chiesa cristiana. Un processo che talvolta può prendere anche le parvenze d’ateismo, d’umanesimo o di secolarizzazione trionfante: l’umanità tutta sarebbe pronta ad autoaccusarsi di crimini contro l’umanità.”

Ecco perché ci troviamo nel tempo delle grandi richieste di perdono, dei travagli interni ad ogni credo o ideologia, e dei riflussi reattivi e autodifensivi verso le rigidità e le violenze del passato. Un processo che sembra avvenire a prescindere da qualsiasi adesione consapevole alla fede cristiana, ma che comunque, come dice bene Derrida, parla inequivocabilmente il linguaggio di questa fede. Per cui le chiese cristiane sono interpellate per prime a dare testimonianza e ad illuminare il senso profondo del Rivolgimento/Conversione che è in atto.

La Chiesa nel suo complesso, in altri termini, dovrebbe rappresentare una sorta di prototipo di questa umanità in perpetuo mutamento, dovrebbe essere l’istituzione più flessibile e metamorfica della storia del mondo: la rivoluzione in permanenza, di cui parlava Karl Rahner, e cioè una comunione di persone semper reformanda, costantemente in conversione.

Sappiamo bene che non è stato proprio questo il segno caratteristico della Chiesa lungo gli ultimi secoli. Yves Congar infatti scriveva giustamente nel suo famoso saggio Vera e falsa riforma nella Chiesa (1950): “I terribili attacchi di cui la Chiesa cattolica è stata l’oggetto all’epoca moderna sono, in parte, il prezzo di un conformismo troppo diffidente nei confronti di ogni pensiero che fosse nuovo, non tanto rispetto alla grande tradizione cattolica, quanto alle idee di un ambiente molto ristretto, eccessivamente estraneo alle correnti del pensiero vitale. Assai correttamente Papini dice: ‘La pietra con la quale ci battiamo il petto è una che non ci getteranno i nostri accusatori’. Vi è una critica necessaria che, ben lungi dall’essere contro la Chiesa, deve sussistere in essa come un elemento della sua vita”.

Parole sante, verrebbe da dire: se ci convertiamo veramente, se ogni giorno riconosciamo con autentica umiltà autocritica le nostre mancanze e tentiamo onestamente di correggerle per cambiare, allora molte accuse contro di noi cadranno spontaneamente. In tal senso la confessione dei peccati storici commessi dalla Chiesa e la conseguente richiesta di perdono, compiute da Giovanni Paolo II nella Prima Domenica di Quaresima del 2000, rappresentano un atto del tutto singolare e ancora in gran parte da comprendere, come sottolineò la stessa Commissione Teologica Internazionale presieduta dal cardinal Ratzinger: “In nessuno dei giubilei celebrati finora c’è stata, tuttavia, una presa di coscienza di eventuali colpe del passato della Chiesa, né del bisogno di domandare perdono a Dio per comportamenti del passato prossimo o remoto. E’ anzi nell’intera storia della Chiesa che non si incontrano precedenti di richieste relative a colpe del passato, che siano state formulate dal magistero”.

Io credo che proprio questa unicità della richiesta di perdono, compiuta da Giovanni Paolo II, ne connoti la portata profetica di segno di un nuovo ed inedito ed in gran parte ancora non sviluppato indirizzo spirituale nella Chiesa, e cioè di una grandiosa tensione all’autopurificazione da secolari distorsioni. Il tempo in cui viviamo richiede infatti che tutti noi, sia singolarmente che in particolar modo come Chiesa, entriamo in un dinamismo di profondissima conversione, per offrirci al mondo come autentici eirenepoioi (Mt 5,9), veri ‘poeti della pace’: donne ed uomini capaci di lasciar trasparire nelle loro esistenze la Luce del mondo, la nuova umanità, capace di costruire unità e pace, che sta nascendo in noi e tramite noi e spesso nonostante i nostri rifiuti.

Eppure come è difficile riconoscere i propri limiti e gli errori della comunità ecclesiale ad ogni livello. Com’è arduo vivere uno stile personale ed ecclesiale di autentica conversione. Com’è raro ascoltare una predica in cui almeno alcuni dei mali del nostro tempo vengano attribuiti alle incapacità, alle pigrizie, alle arretratezze culturali, ai ritardi mentali, alle strategie autodifensive, alle arroganze identitarie della comunità ecclesiale. Com’è più facile, ma quanto è poco biblico e pochissimo fruttuoso, dare sempre la colpa agli altri, al mondo cattivo e secolarizzato, o a chi sa chi… Non ci si accorge di comportarsi in tal modo proprio come il fariseo evangelico, o più semplicemente come ogni persona che accusi dei propri mali sempre gli altri, proprio perché in realtà non vuole cambiare

Il nostro però è davvero il tempo del Grande Cambiamento, e perciò della grande conversione che apre all’autocritica più radicale e quindi al dialogo davvero fraterno con gli altri, fuori dalla logica della guerra, degli schieramenti ideologici, o, peggio, delle piazze urlanti contrapposte.
I cambiamenti profondi infatti sono sempre silenziosi e spesso dolorosi, ma il loro frutto, a differenza di quello registrato dai telegiornali e misurato col metro inconsistente delle masse "oceaniche", matura lungo i secoli e dona però ogni giorno la gioia e il sollievo di una costante uscita di prigione.

marcoguzzi@surf.it


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