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Nuove Visioni



20 settembre 2007

Da via Ravenna al Nuovo Salario
La luce del giorno nel cuore di Roma

Io sono nato a Roma e ho sempre vissuto a Roma, eppure i nomi e i luoghi concreti della città fanno molta fatica ad entrare nei miei versi, perché è la mia vita incarnata che fa fatica a coniugarsi con la dimensione poetica, con il respiro della sua libertà. Anzi io interpreto tutta la mia esperienza poetica come una lenta integrazione, una dolorosa compenetrazione tra la mia storia umana, il mio corpo, e la dimensione spirituale che l’esperienza poetica mi apriva.

Quando incominciai a scrivere, nel gennaio del 1969, a circa 14 anni, vivevo in via Ravenna al numero 34, vicino a piazza Bologna, ma certo non troverete in quei primissimi tentativi nessun riferimento urbano preciso, nessun accenno alla mia scuola “Lanciani” o alla pinetina di Viale di Villa Massimo, nessun nome proprio. Per me in un certo senso la vita concreta era indicibile, orribile e indicibile. Qualcosa di così gravido di colpe, di odio e di angoscia da potersi solo tacere e custodire in un segreto murato nel fondo del cuore. La poesia era invece l’altrove, la presa d’aria, era la dimensione in cui fuggire, essenzialmente uno stato interiore di libertà, conquistato proprio astraendomi al massimo dalla oggettività di via Ravenna e del suo inferno quotidiano, ed elaborando solo i sentimenti, i moti e gli sconvolgimenti interiori che quella vita mi provocava.

Per decenni l’esercizio poetico, praticamente svolto ogni giorno come una disciplina monastica, è consistito nel rinforzare questa possibilità interiore di uscire fuori dalla condizione esistenziale concreta e di fare esperienza di un altrove, di un più profondo di me che mi consentiva di vedere e di sentire le cose in modo sempre più luminoso e significativo, di elaborarne appunto un significato favorevole alla vita. L’esperienza poetica, la sua pratica quotidiana, consisteva proprio in questo partire dalla mia cecità totale, dal buio pesto della mia vita concreta, per sollevarmi piano piano verso dimensioni sempre più sottili e ariose e benevole, in cui potevo riprendere luce, e così guarire.

Una poesia del 1987 riassume bene questo anelito verso l’Altrove (in Teatro Cattolico, Jaca Book 1991, pag. 14; l’intero volume L’Ordine del Giorno – La coscienza spirituale come rivoluzione del nuovo secolo, Ed. Paoline 1999, costituisce poi una sorta di interpretazione di questo testo), essa comincia così:

Altrove, altrove, incontro
incontro e fuori, in grembo
all’apice
che fonde
negli occhi e nelle orecchie il sale nero.

Questo Altrove è propriamente ciò che chiamavo “il Giorno”: uno stato del mio essere e al contempo una dimensione della realtà, che possiamo chiamare in definitiva Dio, parola che poi non significa altro che lo splendore del giorno (dalla radice sanscrita dev: da cui zeus, ma anche il dies latino). Nella Nota al mio primo libro, che si intitola appunto Il Giorno, scrivevo: “Il Giorno ci chiede di avvenire, e avviene nel nostro diventarlo: Quest’Essere è l’Altro-Sé, lo Stesso, che debbo diventare, affinché Egli possa avvenire, divenendo in me; affinché possa farsi Giorno”(Scheiwiller 1988, pag. 69). La difficoltà sta appunto nel diventarlo, nel darlo alla luce dentro la carne dei nostri giorni terreni…

Il problema dunque era questa sorta di doppia vita, questa tensione a volte spasmodica tra due fuochi esistenziali, tra due regimi o regni. Io credo che moltissimi poeti del Novecento si siano perduti proprio a causa di questa lacerazione interiore tra una dimensione di grande illuminazione e libertà, colta nella pratica poetica, ed una esistenza concreta lasciata al suo buio, irrelata. Se questa scissione si acuisce infatti non resta che il suicidio o la pazzia. Credo anche che la mia salvezza sia consistita in un’intuizione abbastanza originaria dentro di me, e cioè quella di dover far scendere questa luce visionaria dentro la mia storia , che cioè la forza poetica dovesse e potesse trasformare la mia vita e la storia concreta del mondo, che cioè i due regimi dovessero/potessero coniugarsi. In un testo infatti l’Altra Voce mi dà conferma di questa speranza:

“Sto mescolando due sostanze, ma una sola
Inquadratura ne uscirà, un’istantanea
Ben riuscita in cui vivrai
Il sogno che hai filmato col tuo occhio
Acustico, e che ho firmato
Io
Come autore”.
(Preparativi alla vita terrena, Passigli 2002, pag. 17)

Perciò l’intera impresa poetica del Novecento può essere interpretata come una galleria drammatica di “Preparativi alla vita terrena”, tentativi, più o meno abortiti, di coniugare la Visione con la Vita, il sogno di luce con la trama dei propri giorni, affinché questi possano prendere un significato e la dimensione poetica possa a sua volta prendere corpo storico, calarsi nel tempo per animarlo, rianimarlo. Poesia: la camera di rianimazione del linguaggio, e perciò della storia, ma innanzitutto della mia esistenza concreta. Per questo tutta questa fase della mia vita, questi primi 50 anni, si compiono col quinto volume di poesie Nella mia storia Dio (Passigli 2005): il Giorno è in ogni giorno potenzialmente

Una poesia del 1996 può considerarsi un passaggio cruciale lungo questo processo di coniugazione terrestre-celeste. Si intitola non a caso “Al Nuovo Salario”. Ecco finalmente il nome di un quartiere di Roma, dove vivo dal 1985, dove sono cresciuto con la mia nuova famiglia, dove ho tentato di costruire una vita che fosse molto diversa da quella indicibile di via Ravenna, una vita cioè in cui il Giorno, e cioè il Senso o Dio, non è più soltanto un Altrove in cui fuggire, ma la luce più interiore della stessa carne dei giorni:

Vedere Dio al Nuovo Salario
E’ l’opera riuscita:
Un terno al lotto.

Non c’è più niente da fare
Dopo.
Come davanti a un morto.

Senza magone però.
Questa visione
Esplode nel tronco
Come la sua bomba nucleare.

Il mio rapporto con Roma, e quindi con la vita terrena, è segnato da questa passaggio da una famiglia ferita ad una famiglia fondata sulla ricerca della verità e dell’amore: dal quartiere di piazza Bologna a quello del Nuovo Salario. E’ come se il luogo terrestre divenisse vivibile e quindi dicibile solo se è innanzitutto un luogo relazionale vivo e fecondo, ed essenzialmente una relazione d’amore tra l’uomo e la donna. In tal senso il mio rapporto con Roma coincide con il mio rapporto con Paola, mia moglie. Roma, le sue vie, le sue ville, diventano cantabili quando anche Paola può finalmente comparire in poesia, e cioè dentro la luce del Giorno, che va a irradiare i miei giorni e così a benedirli da dentro.

Dedicai la prima poesia a Paola nel 1993, ed essa è una delle mie prime “Celebrazioni della vita terrena”. La scrissi mentre Paola aspettava il nostro terzo figlio e la intitolai “Nuove fioriture”.
Io credo che questo sia il tempo in cui tutta l’umanità è chiamata a coniugare ad un nuovo livello di profondità la Luce dello Spirito con la carne della terra e che questa inedita coniugazione possa avvenire solo in una nuova relazionalità tra l’uomo e la donna: la coniugazione maschile/femminile e la coniugazione divino-umana parlano cioè, e da sempre, lo stesso linguaggio, e procedono secondo lo stesso ritmo, che è poi quello delle culture e delle ere storiche.

Di Roma amo moltissimo la natura, le ville, e in primo luogo Villa Ada, dove vado quasi sempre due volte alla settimana con Paola. La grande storia di Roma la sento invece come una specie di carico di morte. Sento che sia la storia romana che quella cristiana vivono oggi una sorta di stasi, perché noi non siamo ancora in grado di farne energia poetica e cioè di riassumerle in una visione di futuro. Perciò tutta questa storia in realtà ci soffoca. Una poesia del 1987, e intitolata “Vista dai fori” (in Figure dell’ira e dell’indulgenza, Jaca Book 1991, pag. 123), cominciava infatti così:

Ogni bambino è un morto questa sera

Ai Fori Imperiali scoloriva
Rosa tra i pini il giorno, come un colera
Colora i pasti.

Anche la Chiesa sembra soffocare a Roma sotto tutta la sua storia millenaria, sotto tutto questo marmo barocco. Si sente però a volte lo spiffero del Respiro di Dio che sgretola da dentro tutte le nostre murature. Sempre in Figure (pag. 23) i primi versi di una poesia che si intitola “Le ultime parole di Lorenzo sulla graticola” dicono:

La tua chiesa in muratura è diroccata.
Detriti e calcinacci ingombrano il sagrato.
Dalla cupola sfondata un olocausto
Di luce sventra le navate
Custodi da secoli del buio.

No, la vita divina non ha più bisogno di troppa pietra, la pietra della fede è un sospiro lieve che si fa gesto di amore concreto. E l’arte da imparare a Roma come nel più sperduto paese del mondo è quella di dare figura a Dio nelle nostre povere cose umane, di fare Giorno mentre passeggiamo a Villa Ada con nostra moglie o quando assistiamo nostra madre malata o quando ascoltiamo la nostra amica che muore. Questo significa incarnarlo, dare alla luce il Giorno, partorirlo. Allora, e cioè proprio adesso, in questo confine estremo della notte del mondo, tutto d’incanto torna a rifiorire.



Pubblicato nella Rivista Pagine - Trimestrale di poesia internazionale Anno XVII n. 51 - aprile/giugno 2007.

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