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Nuove Visioni



12 marzo 2008

Perdonarsi
L'alienazione, la colpa, e la nuova integrità

La via verso la propria integrità

In un tempo di violenti conflitti politici e culturali e di perenne e drammatica agitazione sociale può sembrare ingenuo parlare di perdono o di riconciliazione. Sembra molto più efficace e ragionevole schierarsi a tambur battente, come si dice, creare fronti di combattimento, preparare le proprie milizie per le prossime battaglie: di qua il centrodestra e di là il centrosinistra, di qua i cattolici e di là i laicisti, di qua i tradizionalisti con la loro messa tridentina e di là i modernisti con le loro chitarre e le danze africane, di qua l’Occidente e di là l’Islam, ma anche di qua l’Inter e di là la Roma, da questa parte della barricata io e dall’altra l’inquilina del piano di sopra che continua a far gocciolare il suo bucato sulle mie piante.
L’importante è odiarsi, escludersi a vicenda, condannarsi in blocco e senza appello, gridare le proprie ragioni in faccia all’altro.

E’ incredibile come siamo bravi noi uomini a trovare ogni volta qualche motivo per odiare qualcuno, per scatenare tutta la rabbia che ci portiamo dentro. Basta guardare qualche programma televisivo, e si potrà constatare facilmente che la rissa verbale è ormai lo stile comunicativo più diffuso, sicuramente quello che fa più audience. Litigano davanti alle telecamere i fidanzati, le amiche, i parenti stretti, le comparse televisive, le veline, le vecchie glorie dello spettacolo. Litigano e sbraitano poi i politici in una gazzarra quotidiana e sempre uguale a se stessa, che sembra tra l’altro aggravare la sfiducia cronica del popolo nei loro confronti. E allora che cosa può significare oggi fare appello al perdono? Perché il concetto di perdono dovrebbe tornare a parlarci proprio in una fase così faticosa e incerta? E in che misura questa parola così carica di valori cristiani può risuonare anche per chi si sia allontanato dalla fede?

Io credo che il concetto di perdono possa parlare di nuovo a tutti, a prescindere da qualsiasi preventiva adesione di fede, se comprendiamo che esso, prima di riferirsi alla necessità di perdonare gli altri per il male che ci hanno fatto, allude ad uno stato di integrità e di sanità che riceviamo noi per primi. Siamo noi che ricevendo il perdono e perdonandoci, possiamo finalmente essere noi stessi, liberarci dalle nostre lacerazioni interiori, e quindi da gran parte delle nostre sofferenze. Qual è infatti la nostra peggiore colpa, quella che ci pesa di più sul cuore, e a volte ce lo spezza in due? Non è forse proprio la colpa di tradire noi stessi, di perderci per sentieri scelti da altri, di perdere il filo della nostra vita? E questa colpa, questo senso cupo di alienazione, non sta diventando una sorta di epidemia universale? Non soffriamo un po’ tutti di questo senso di estraneità rispetto alle cose che facciamo, al lavoro che svolgiamo, alle tante relazioni senza anima che siamo costretti ad intessere ogni giorno? E la nostra società tecnica e mercantile non fa poi di tutto affinché ci perdiamo nel suo labirinto di specchi, di fantasmagorie, di microgratificazioni: dal gelatino al wurstel, dal viaggetto alle Maldive o in Cina fino all’automobile presa a rate?


Perdonarsi è liberarsi dall’alienazione

E allora parlare oggi di perdono significa innanzitutto ricordarci che è possibile uscire da questi labirinti dell’alienazione, liberarci dalla colpa di non essere noi stessi, e ricominciare a cercare la nostra integrità. Parlare di perdono significa dire ad ogni donna e ad ogni uomo di oggi che è possibile, ed anzi ormai è indispensabile, costruire, giorno dopo giorno, una vita meno alienata, meno furiosa, meno violenta, meno determinata da ciò che ci viene comandato dalla società dei consumi e dai suoi megafoni ossessivi. Perdonarci significa incominciare a chiederci con grande umiltà e concretezza: ma la vita che sto conducendo è proprio ciò che desidero vivere? Le mie scelte, le mie priorità, ciò che metto al primo posto nella vita mi offre poi la soddisfazione che cerco? Oppure mi ritrovo imprigionato in ruoli e in comportamenti che non ho scelto e in fondo nemmeno approvo, e ad attraversare le mie giornate in una corsa senza respiro con un senso di colpa che mi cresce dentro e che mi dice: tu stai sprecando la tua vita?

Perdonarci significa insomma avviare un processo di profonda revisione delle nostre priorità. Solo questo cammino di liberazione interiore può renderci poi davvero meno aggressivi. L’aggressività infatti nasce quasi sempre da una disperazione profonda, che a sua volta si radica proprio nel nostro senso di colpa, nel sentimento bruciante di tradire e sprecare la vita. La violenza è figlia dell’alienazione. Per cui è solo perdonandoci, e quindi incamminandoci verso la nostra integrità, che possiamo poi anche perdonare il fratello o la sorella. Come potremmo mai far pace con lui o con lei, se siamo noi per primi ad essere in guerra con noi stessi?


Il punto di svolta tra perdono e distruzione

La singolarità del nostro tempo consiste nel fatto che una massa crescente di persone sembra essere giunta ormai a questo punto di svolta tra alienazione radicale e riconciliazione con se stessi, con gli altri, e con la stessa natura. E il mondo contemporaneo sta assumendo connotati sempre più evidenti e drammatici di insostenibilità, proprio in quanto non è altro che l’insieme di tutte le nostre vite alienate, di tutti i nostri progetti impropri e assurdi, di tutto ciò che non dovremmo essere. Questo punto estremo può divenire d’altronde un’occasione unica per cambiare direzione, per tornare in noi stessi, per ri-tornare al cuore, per ri-cordare chi siamo, e ridare così un orientamento al mondo. Ecco perché paradossalmente il tempo estremo che viviamo è un tempo particolarmente propizio per tornare a parlare di perdono, per ridare inizio alle nostre vite personali e alla storia del pianeta.

Se poi guardiamo all’Italia vediamo molti segni che confermano questa condizione estrema. La Società dei pediatri italiani ci presenta un universo di preadolescenti che fanno uso abituale di droghe, hanno precocissimi rapporti sessuali non protetti, e non sognano altro che entrare, in qualsiasi modo e a qualsiasi costo, nel mondo dello spettacolo. Le coppie si formano poi sempre più difficilmente, tanto che si parla esplicitamente della “fine della famiglia”. Le agenzie di formazione, dalla scuola all’università, non sembrano più in grado di trasmettere alcun insegnamento capace di dare forma e senso alla vita umana nella sua complessità, limitandosi se va bene a riempire di nozioni tecniche. Mentre il mondo della politica collassa nell’insignificanza o nella corruzione, e la stessa Chiesa patisce la crisi dei propri linguaggi, l’assottigliamento progressivo delle vocazioni sacerdotali e religiose, e la riduzione, a volte drastica, della frequentazione delle messe domenicali.
Non c’è da meravigliarsi se nell’Unione Europea si calcolino circa 58mila suicidi ogni anno: una vera e propria strage.


Una crisi di crescita

Stiamo toccando per davvero un punto limite, e in realtà non solo nel nostro paese e ormai da tempo, se già la costituzione pastorale Gaudium et spes denunciava che era “in pericolo, di fatto, il futuro del mondo”(n. 15). E ancora prima, nel 1950, il teologo Romano Guardini scriveva: “Con assoluta esattezza si può dire che da ora innanzi comincia una nuova era della storia. Da ora in avanti e per sempre l’uomo vivrà ai margini di un pericolo che minaccia tutta la sua esistenza e continuamente cresce”.
Se questo pericolo risulta abbastanza evidente sul piano delle condizioni generali del pianeta, dagli allarmi ormai quotidiani sui cambiamenti climatici, fino agli squilibri spaventosi che la globalizzazione economica sta producendo tra primi e terzi e quarti mondi, non mi pare invece sufficientemente considerata l’insostenibilità psicologica ed esistenziale in cui stiamo precipitando.

Le nostre vite personali, i nostri orari di lavoro, la nostra solitudine urbana, il deserto relazionale che cresce, l’immiserimento delle nostre comunicazioni pubbliche e private, insomma la vita di tutti i giorni sta assumendo caratteri allarmanti di insostenibilità. Non si può più vivere così. E’ tempo di ricominciare, di riconciliarci con noi stessi, di rivedere in profondità gli obiettivi che ci siamo dati, e di tornare a crescere.

Nonostante le grandi difficoltà, infatti, io credo che stiamo vivendo una fase storica e personale evolutiva. Questa crisi è cioè una crisi di crescita. Stiamo crescendo, stiamo uscendo da un lungo ciclo più infantile della storia del pianeta, che, se ci pensiamo bene, era scandito da guerre continue e funestato da ingiustizie e crudeltà maggiori di quelle che vediamo oggi. Vivere una situazione limite, in altri termini, è l’inevitabile pedaggio per qualsiasi avanzamento significativo. Attraversare una crisi profonda è l’unica via per cambiare, per crescere, per abbandonare ciò che non ci serve più. In questo senso Benedetto XVI iniziò il suo discorso a Subiaco nell’aprile del 2005 con queste parole: “Viviamo un momento di grandi pericoli e di grandi opportunità per l’uomo e per il mondo, un momento che è anche di grande responsabilità per tutti noi”.


Accompagnare le persone nel grande passaggio

Il problema che mi sembra davvero pressante è come aiutarci ad attraversare questa fase critica. Ognuno di noi infatti, credente o non credente, vive la propria faticosa crisi di identità e di senso, ed ha bisogno di accompagnamento e di condivisione, di una pedagogia del cambiamento. Abbiamo bisogno cioè di elaborare itinerari concreti che ci aiutino, a tutte le età, a perdonarci per donarci, a scoprire la bellezza della nostra integrità, da cui sgorga poi l’azione sensata, il dono per gli altri, il dono che arricchisce anche chi lo fa.

In questi ultimi dieci anni mi sono personalmente impegnato nell’elaborare e nel condurre una sperimentazione di questo tipo, con gruppi di diversa età e formazione culturale e religiosa. Ciò che abbiamo compreso è che tutti noi, per essere aiutati in questo straordinario passaggio storico, abbiamo bisogno di molti elementi formativi che spesso sono separati tra di loro. Formarci alla trans-formazione per donarci, richiede infatti l’integrazione dei tre livelli culturale-mentale, affettivo-psicologico, e spirituale. Abbiamo cioè bisogno di chiavi culturali forti e semplici che ci aiutino a interpretare questo tempo nella sua direzione evolutiva, come crisi di crescita appunto. Abbiamo poi bisogno di lavorare sulle nostre problematiche personali, psicologiche, sulle ferite antiche che continuano a frenarci e ad avvelenarci, sulle tante paure che sempre accompagnano le fasi di trasformazione e di crescita. E abbiamo infine bisogno di pratiche spirituali che ci facciano accedere agli spazi interiori del silenzio e della pace, alla quiete mentale, alle esperienze di infinità, da cui sgorga la vera preghiera. E questi cammini vanno offerti in modo del tutto laico, come pronti soccorsi spirituali, perché ogni donna e ogni uomo del nostro tempo sta vivendo la propria trans-figurazione, ed ha bisogno di capirlo e di sperimentarla come dis-alienazione, liberazione e perdono. Poi chi vorrà potrà aprirsi alla verità cristologica di questo discorso, potrà interrogarsi sulla natura cristologica ed escatologica di questa fase oscurissima ma anche luminosissima della storia. E allora splenderanno di luce inaudita le parole del cardinale di Parigi Jean-Marie Lustiger: “In questa nuova era il cristianesimo appare finalmente nella sua giovinezza che torna a manifestarsi”.

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