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Nuove Visioni



15 luglio 2008

Essere davvero mariti per essere padri
nel tempo della trans-figurazione

Bellezza e difficoltà del tempo della crisi

I padri sono in crisi, anzi i maschi sono in crisi, non si sa più come esplicare la propria funzione di autorità, non si sa più che cosa appartenga all’elemento maschile come tale, se addirittura sussista qualcosa come la virilità. I padri sono perciò spesso smarriti, tirati di qua e di là. C’è chi li vorrebbe sempre più materni, comprensivi, sensibili, e accoglienti, alieni da qualsiasi rigore o durezza, dei veri e propri “mammi”, pronti a dare il biberon, e felici di partecipare alla vita domestica delle mogli, e a quella scolastica e parrocchiale delle figlie. C’è però chi ormai da tempo fa notare che questa femminilizzazione della società porta con sé non pochi pericoli: i figli diventano sempre più viziati e ingovernabili, allevati da mamme e “mammi” ed educati in scuole in cui i professori maschi diventano rarissime mosche bianche. Tanta femminilità del maschio finisce poi per annoiare e deprimere anche le donne che si ritrovano accanto uomini su cui è sempre più difficile fare affidamento, e da cui sembra ormai un sogno sentirsi protette e sostenute.

Crisi però è una parola ambigua. Segnala certamente una fase difficile, piena di prove e di trasformazioni, ma la sua natura più profonda può facilmente sfuggirci. Dove ci sta cioè guidando questa crisi? Quali sono le sue traiettorie evolutive? Come la possiamo vivere in senso positivo, come crisi di crescita?
Ogni volta che ci confrontiamo con i vari fenomeni critici del nostro tempo non dovremmo mai dimenticare lo scenario complessivo in cui ci stiamo muovendo, e cioè quel moto vertiginoso di trasformazioni che somiglia ad una vera e propria svolta antropologica. Purtroppo è invece proprio ciò che più frequentemente ci capita di fare: dimenticare o sottovalutare che in questa nostra fase singolarissima della storia sono immensi cicli epocali (il Novecento, la civiltà industriale, l’epoca moderna, o addirittura l’intera civiltà cristiano-occidentale) che vanno a finire, per cui è solo la comprensione di questa onda lunghissima di rivolgimenti appunto antropologici che ci può far intuire anche il senso evolutivo della crisi, tirandoci fuori da quel clima di piagnisteo, o peggio di rimpianto di fantomatici “bei tempi andati”, che purtroppo è ancora dominante.

Così, ad esempio, la crisi della famiglia patriarcale è una conseguenza inevitabile dei rivolgimenti culturali e sociali del Novecento. Per cui, invece di rimpiangere le sane (?) e belle (?) e solide (?) famiglie del nostro passato immaginario, dovremmo chiederci: ma quali forme di famiglia sono entrate in crisi nell’ultimo secolo, e perché? Le critiche che sono state fatte a questi modelli, dall’800 in poi, possedevano qualche ragione? E quale figura nuova di famiglia sta tentando di emergere proprio attraverso questa fase critica, per molti aspetti disgregativa?
Purtroppo invece dominano ancora la scena o le voci di chi scambia sempre il passato più o meno remoto per il bene assoluto o quelle di chi negando del tutto il passato con furia iconoclasta, finisce per negare ogni forma di bene, e alla fine ogni forma, ogni assetto ordinato del vivere civile. Il bene autentico al contrario emerge ogni volta dalla continua fatica di purificazione del passato, trans-figurandone appunto le figure ad una ad una, con cura artistica, senza cioè né annientarle né confermarle in una staticità inerte.
E così anche la figura del padre, come ogni altra figurazione storica delle nostre identità, sta vivendo un grandioso travaglio ri-generativo, una trans-figurazione profonda per scoprire una verità più alta del proprio essere, e non certo per essere distrutta o eliminata.


Essere davvero un marito per essere un vero padre

Proviamo adesso ad osservare questo processo trans-figurativo della figura del padre da due punti di vista fondamentali: la trasformazione della relazione uomo-donna, e la trasformazione dell’esercizio dell’autorità.
Non dimentichiamoci mai che l’emersione delle donne sul palcoscenico della storia è uno dei massimi eventi della svolta antropologica in atto. Già alla fine dell’800 un grande pensatore cristiano come Vladimir Solov’ev scriveva: “nelle epoche in cui le vecchie forme delle idee vitali si sono esaurite, hanno perso vigore e si esige il passaggio a nuove concezioni ideali, le donne se non prima, certo con più forza e decisione degli uomini, provano un’insofferenza per i limiti tradizionali della vita e l’impulso a uscirne verso il nuovo, verso il futuro. (…) L’agitazione dell’anima femminile è un segno evidente di questa necessità e dell’avvicinarsi del suo compimento. Il significato del movimento femminile dei nostri giorni consiste nel preparare nuove donne portatrici di aromi per l’imminente risurrezione di tutta la cristianità”.

Questo movimento storico ha messo in crisi definitivamente uno schema educativo e sociale millenario fondato sulla netta separazione dei ruoli sociali in base al genere sessuale. Questo vecchio schema attribuisce al maschio il fuori, l’esterno del lavoro, la politica, la parola, la guerra, la ragione, e il potere (familiare, politico, e religioso-sacerdotale); mentre riserva alla femmina l’intimità della casa, l’educazione dei figli, il silenzio, i sentimenti, e l’obbedienza, insomma le tre famose K della tradizione tedesca: Kinder-Kirche-Kuche: bambini, chiesa, e cucina.
La rivoluzione radicale di questo schema di separazione netta dei ruoli procede ineluttabilmente di decennio in decennio, e così, solo per fare qualche esempio, nel 1907 abbiamo avuto le prime deputate finlandesi, nel 1960 la prima donna primo ministro, nel 1992 Marie Jopsen è diventata la prima vescova luterana.

In realtà tutte le figurazioni di identità basate sulla contrapposizione e sulla netta separazione dall’altro da sé, e cioè tutte le figure polemiche o belliche di identità (di genere, nazionali, di classe o di casta, religiose o politiche), stanno collassando, e una nuova figura di umanità, che potremmo definire relazionale o coniugale tenta di emergere sul pianeta terra: un soggetto umano che non si rafforza più separandosi e contrapponendosi all’altro da sé, ma proprio al contrario coniugandosi in profondità col proprio opposto complementare.

Di conseguenza la famiglia tradizionale-patriarcale è in crisi perché non è in grado di favorire questa più profonda coniugazione, è in crisi paradossalmente perché è una forma insufficiente e superficiale di matrimonio, perché le donne non accettano più relazioni bloccate e fittizie con maschi muti, violenti, o assenti, e questo mette letteralmente a soqquadro un intero assetto sociale. Ecco perché Adrienne Rich, una delle maggiori esponenti del pensiero femminile, diceva: “Liberare veramente le donne significa modificare il pensiero stesso, reintegrare quello che è stato chiamato l’inconscio, il soggettivo, l’emozionale, con lo strutturale, il razionale, l’intellettuale”. Questa integrazione, che è innanzitutto endo-psichica, interiore, da avviare cioè dentro ciascuno di noi, modifica poi inevitabilmente tutti i rapporti umani, e in primo luogo quello fondante tra l’uomo e la donna: la nuova coppia trans-bellica si fonderà infatti su persone capaci entrambe di logicità e di emozioni, di razionalità e di eroticità indissolubilmente coniugate. Sia il maschio che la femmina vorranno sempre più fortemente comunicare tra di loro a tutti i livelli senza ruoli prefissati o censure implicite.

E’ da questa fecondità spirituale e sessuale della relazione di coppia, in cui ci si mette per davvero in gioco, che fiorisce la nuova paternità, e ovviamente anche la nuova maternità. In altri termini essere padre oggi in modo creativo e positivo significa prima essere marito, essere coniuge per davvero, ed essere coniuge vera-mente significa essere in relazione viva e autentica con una donna. E’ da questa relazione vissuta ogni giorno come rischio, avventura, e scoperta di sé attraverso l’altra, che sgorga la mia vera paternità, come un’opera d’arte. La relazione padre-figlio/a insomma discende ed è radicata nella relazione padre-madre: è questa la relazione fondamentale che consolida o distorce la relazione con i figli, come un secolo di psicoanalisi dovrebbe averci insegnato. E’ la coniugalità autentica, fondata sulla qualità della comunicazione verbale e sessuale dei coniugi, il fondamento della famiglia, è da lì che il padre trova ogni giorno di più la misura giusta e le forme appropriate della propria paternità, in quanto è lì che è costretto ogni giorno a correggersi, per combaciare con la propria donna, superando le proprie difese infantili e violente, le proprie paure dell’abbandono e dell’intimità.
Strano che i tanti difensori della famiglia parlino così poco di tutto questo…


Il padre ha autorità solo se aiuta a crescere

Da questa fondazione della paternità nella relazione coniugale, intesa come luogo primario della propria realizzazione umana, deriva poi anche la profonda mutazione in atto dell’esercizio dell’autorità. Il nuovo io che stiamo diventando, l’umanità post-bellica e relazionale, rigetta istintivamente ogni forma di autorità appunto non relazionale, non dialogica, non “parlamentare”, impositiva. Da ciò deriva tra l’altro la critica politica e sociale ad ogni forma di autoritarismo “patriarcale”, a partire dalla lotta sei-settecentesca contro l’assolutismo politico.
L’io relazionale tende a riconoscere solo quell’autorità che si manifesti come capacità di far crescere, in base alla stessa etimologia della parola: auxànein, augere, augmentum. L’autorità che non ci aiuta a crescere è solo dominio oppressivo, da cui liberarci. L’autorità post-bellica si convalida perciò anch’essa solo nella relazione concreta. In tal senso Gesù parlava con autorità, in quanto illuminava, guariva veramente, dava vita alle persone che aveva davanti. E questa autorità autentica nessun potere terreno ce la può dare, anzi sembra che per poter dare vita a chi ci ascolta dobbiamo ogni volta rinunciare ad ogni potere conferitoci dal ruolo che rivestiamo.

L’autorità però, e la responsabilità di dover dare un ordine, restano, in quanto le regole sono indispensabili a qualunque consesso umano, e bisogna che siano rispettate, ma il clima diventa molto più contrattuale e quindi flessibile, e sostanzialmente non violento. I ragazzi e le ragazze che stanno crescendo non hanno bisogno né di un ritorno all’autoritarismo dei padri-padroni né dell’irresponsabilità dei padri post-moderni che ti dicono “fai un po’ come ti pare”, rinunciando per vigliaccheria e per disperazione al proprio ruolo di educatori. L’educazione in questo tempo di svolta deve diventare invece un lavoro permanente innanzitutto per gli educatori, e in primo luogo un lavoro su se stessi. Il padre che aiuta veramente a crescere, e che quindi ha autorità, è l’uomo che per primo vive la propria trasformazione liberatrice, vive in profondità il senso di questo tempo, e sa trasmettere ai figli la forza per affrontarlo insieme. Ma dove sono questi padri?

Il problema è tutto qui: dobbiamo iniziare a ri-educarci proprio noi padri, dobbiamo avviare un grandioso periodo storico di ricerca e di sperimentazione, dobbiamo creare luoghi concreti, gruppi, in cui gli adulti possano vivere la propria trasformazione, la propria crisi rigenerativa, condividerla, e quindi diventare idonei a trasmettere alle nuove generazioni qualcosa di vissuto, una sapienza nuova. Carl Gustav Jung, poco prima di morire, nel 1960, scriveva: “La generazione più vecchia guarda con occhi allarmati i propri figli e il loro più o meno strano modo di comportarsi. Ma i figli tendono sempre a vivere la vita inconscia che non è stata vissuta dai loro genitori, le cose che i loro genitori hanno ignorato, non hanno osato o hanno negato, a volte anche ingannando se stessi (…). I genitori non hanno niente di cui meravigliarsi se non della sprovvedutezza e ignoranza che essi stessi hanno della propria psicologia, che a sua volta è il frutto del seme gettato dai loro stessi genitori: sprovvedutezza e ignoranza che perpetuano all’infinito il corso dell’inconsapevolezza di sé. La mia soluzione a questo problema è: educare gli educatori, fare scuole per adulti”.

Il nostro è il tempo straordinario in cui siamo tutti chiamati a porre fine ad una lunga catena di crimini e di errori, di ignoranza e di violenza. Tutta l’umanità, tutte le figure di identità, tutte le culture e le religioni si stanno perciò convertendo e chiedendo perdono. Così anche i padri sono chiamati a convertirsi, a purificare il loro modo di essere, per ri-generarlo in quella verità luminosa che proprio Gesù ci ha mostrato e che oggi torna a chiamarci con inedita potenza: è solo la relazione umana, è solo l’amore che dà concretezza incarnata alla verità, è solo la relazione umana, è solo l’amore che ha il primato su ogni legge e su ogni potere, e che ci educa con vera autorità alla pienezza di vita cui tutti aneliamo.

marcoguzzi@surf.it


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