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Nuove Visioni



13 gennaio 2010

Liberare l'azione ad Occidente
Dal senso di impotenza ad un nuovo slancio del cuore

Bloccati da un senso di impotenza

Uno dei sentimenti più diffusi nel nostro tempo mi sembra l’impotenza. E’ come un peso, la sensazione di qualcosa di più forte di noi che ci schiaccia. Lo respiri nell’aria, circola nelle redazioni dei giornali come nei consigli parrocchiali, nelle varie riunioni di partito come nelle università: è un afoso senso di sconfitta, di impossibilità a fare per davvero qualcosa di decisivo, di importante, di vero. Lo stesso sentimento d’altronde penetra nelle nostre vite individuali, smorza sul nascere ogni entusiasmo, risucchia nelle vecchie abitudini, rintana davanti al video, toglie la voglia di sposarsi, di impegnarsi, di fare figli, di progettare.

E’ paradossale: più le sfide storiche diventano impellenti ed estreme, più sarebbe perciò urgente e necessario un incredibile slancio creativo a tutti i livelli, e più l’essere umano sembra avvilirsi e perdere coraggio e vitalità. Anche qui probabilmente si segnala un prossimo punto di rottura, allorché l’accumulo delle urgenze non corrisposte, dentro e fuori di noi, a livello esistenziale come a livello planetario, potrebbe costringerci a cercare nuove fonti vitali, un nuovo inizio.


Un mondo e un’anima in cerca di un centro

Allora proviamo a chiederci con grande semplicità, e magari prevenendo i tempi in cui i cambiamenti diventeranno forzati e catastrofici: come possiamo trovare le fonti di un’azione, personale e storica, quotidiana e politica, che sappia corrispondere in modo adeguato alle sfide che abbiamo davanti? Come possiamo ritrovare entusiasmo, coraggio, creatività, e quindi anche gioia nel fare?

Non vorrei soffermarmi sulla natura di queste sfide, che ho già tentato di esaminare in diversi articoli su questo sito. Vorrei solo sottolineare il parallelismo che sussiste tra un mondo, che è certamente sempre più unificato sul piano tecnologico, ma che però è incapace di darsi un centro organizzativo politico, e un’anima umana, anch’essa sempre più frammentata in aree esistenziali irrelate tra di loro e prive di un centro ordinatore. Un mondo e un’anima cioè iper-tecnologici, iper-specializzati, iper-professionali, e quindi all’apparenza molto razionali, ma sostanzialmente caotici: organizzatissimi e competentissimi, ma in base a sistemi ordinativi privi di un senso unificante.

Il sociologo americano Jeremy Rifkin descrive così questa condizione psichica dell’uomo contemporaneo: “Il tumulto dell’interazione sociale spinge e strattona la coscienza degli individui, forzando una perdita di centralità del sé. Presi nel vortice di rapporti sociali concorrenti e, spesso, contraddittori, che ci sommerge, dividiamo disperatamente la nostra limitata attenzione, concedendo frammenti della nostra coscienza”.

Se questa è la condizione della nostra anima, come meravigliarsi poi che la città, la polis, e cioè, ormai, lo spazio planetario, appaia ogni anno di più come un immenso calderone in ebollizione, come un corpo che deve trovare una nuova configurazione o smembrarsi definitivamente?
L’anima umana e il mondo contemporaneo rispecchiano cioè l’una sull’altro un caos insostenibile e l’anelito, ancora in gran parte inconscio, ad un centro unificatore nuovo.
Solo la scoperta di questo centro, di questo più profondo punto di vista, potrà animare un’azione per davvero all’altezza dei tempi.


Le risposte insufficienti della cultura dominante

La cultura tuttora dominante dinanzi a questa situazione estrema e pericolosissima ci offre da una parte la risposta produttivistica (produciamo ancora di più e risolveremo tutti i nostri problemi), e dall’altra quella diversiva (divertitevi “da morire”, fino appunto a morire, come diceva Neil Postman, e così starete meglio, anche perché in definitiva nulla di più è dato all’essere umano).

Queste pseudo-soluzioni comunque attivistiche generano la tipica illusione contemporanea del falso movimento, come lo definirebbe Peter Handke. Tutto sembra molto mobile, fluido, in costante trasformazione, come le pagine del Web. Eppure se si ascoltano con una certa attenzione questi moti frenetici, ci si accorge che sono estremamente superficiali, e che in realtà poco al di sotto della crosta virtuale, televisiva e telematica, tutto è invece spaventosamente fermo, bloccato, paralizzato.
Ecco perché questo attivismo genera ciclicamente tanta depressione, sia psichica che economica. La cultura dominante oscilla così tra la falsa euforia tecno-mercantile e la stagnazione, è cioè una cultura sostanzialmente maniaco-depressiva, madre di quel senso di impotenza da cui siamo partiti.

L’individuo, impregnato di questa cultura, non ha vie di scampo: o sceglie l’attivismo produttivistico, alienandosi ogni giorno di più, fino a vivere il proprio lavoro come galera, lavoro “forzato” appunto, in quanto sganciato da qualsiasi organico progetto di senso che lo coinvolga nella sua integrità personale; oppure si condanna al fallimento sociale, e all’emarginazione.
Il più delle volte alterniamo poi ai lavori forzati le "vacanze", anch’esse forzate, nei paesi più lontani, alla disperata ricerca di un attimo di pace, passando così da un falso movimento (realmente bloccato) ad una falsa quiete (realmente e paurosa-mente inquieta).

Le componenti più evolute delle nostre società denunciano alcuni di questi tratti estremi e dis-integranti del nostro tempo, e ci propongono come via di uscita una sorta di scatto di volontà: Yes, we can. Ce la possiamo fare. Basta recuperare un po’ il senso del bene comune, il senso di responsabilità, e possiamo rimettere in ordine le cose, rilanciare il grande progetto democratico sulla terra. Ma siamo sicuri che questo appello all’etica della responsabilità sia oggi sufficiente per ritrovare le fonti di un’azione incisiva? Non avvertiamo anche in questi pur sacrosanti, e ormai innumerevoli e universalmente approvati, sermoni risuonare un qualcosa di stanco, di polveroso, di inadeguato, e quindi ancora una volta di impotente? Non circola pure nell’America di Obama un sentore sempre più denso che le prove estreme che sta attraversando l’intera umanità richiedano qualcosa di più, di più radicale e di più profondo della retorica repubblicana degli States?


La riscoperta dell’alienazione strutturale dell’essere umano

A questo punto della nostra crisi planetaria credo che l’antropologia cristiana possa venirci nuovamente in aiuto, dopo il tracollo delle ideologie attivistiche del ciclo giacobino-comunista (1789-1989), e in dialogo invece con le grandi acquisizioni teoriche della cultura del novecento.

Vediamo come.
Dovremmo partire dalla consapevolezza che ogni appello al senso di responsabilità dell’uomo come del cittadino presuppone che l’essere umano sia di per sé un soggetto razionale e morale, che possa libera-mente compiere le proprie giuste scelte, alla sola condizione che lo voglia. Si tratta solo di garantirgli un certo benessere economico (lavoro, casa, assistenza sanitaria, etc.), una certa istruzione, e una corretta informazione, e l’essere umano orienterà certamente la sua vita nel senso del bene comune, e diventerà così un buon cittadino, disposto, come scriveva Gustavo Zagrebelsky in un fortunato decalogo per il rilancio della democrazia, “a mettere in comune qualcosa, anzi il meglio di sé: tempo, capacità, risorse materiali”.

Ora questa prospettiva, come si sa, ha animato l’intero ciclo culturale illuministico e marxistico, che ha senza alcun dubbio collaborato al progresso di molte sfere della vita sociale, ma che ormai risulta del tutto esaurito, e che nonostante questo suo esaurimento fa ancora tanta fatica a finire, in quanto stenta ad emergere un nuovo punto di vista capace di sostituirlo. Siamo difatti ancora più o meno tutti convinti che il benessere economico e un po’ di istruzione, magari sostenuta da un bel computer per banco, renda ogni uomo capace di superare il proprio egoismo naturale.

Solo che questa è una pia illusione, confutata dall’intero XX secolo. Lungo il 900 infatti abbiamo visto una delle società più avanzate e colte d’Europa, come quella tedesca, precipitare in pochi anni nell’abisso di una ideologia primitiva e sanguinaria. Abbiamo visto schiere di intellettuali europei e interi popoli affascinati e soggiogati da un’ideologia dell’odio e dello sterminio di massa, come quella comunista. E continuiamo a vedere che il progresso economico e tecnologico “liberal-democratico” non conduce affatto necessariamente ad una evoluzione umana complessiva, né a livelli più alti di libertà.

Ci troviamo perciò nel momento storico più opportuno per riconsiderare più in profondità la natura umana, e inserire nella nostra coscienza individuale, ma anche nelle nostre progettazioni politiche, alcune acquisizioni culturali, che dovrebbero ormai essere ovvie, ma che invece continuano ad essere del tutto estromesse dal dibattito pubblico.

La prima di queste acquisizioni consiste nella consapevolezza della complessità e della contraddittorietà di ciò che definiamo soggetto umano. L’io umano cioè non è affatto un puro soggetto razionale, che ben nutrito e ben educato si dedicherà spontanea-mente al bene comune, come se lo sognava nel 1794 Condorcet, o nel 1877 De Sanctis, e come sembra continuino ad immaginarselo molti liberali e socialisti contemporanei. L’io umano invece è in buona parte costituzionalmente alienato, è in buona parte una costruzione mentale distorta: l’effetto (a livello psicologico) di molteplici reazioni difensive nei confronti di violenze subite nella propria infanzia, e (a livello storico-culturale) di infinite menzogne millenarie accumulate da culture sanguinarie e da visioni religiose false. Insomma l’io umano che ognuno di noi è immediata-mente, non è se stesso, non è affatto libero, non è quasi per nulla capace di scelte razionali, ma è piuttosto un agglomerato confuso e contraddittorio di “ii”, una Legione di parti scisse tra di loro e pronte a farsi la guerra più feroce, come la fenomenologia delle relazioni personali (e specialmente familiari) quotidiane e la storia dei conflitti bellici degli ultimi 5000 anni ci mostra con allucinante e parimenti quasi sempre rimossa evidenza.

Questa consapevolezza, in gran parte obliata dalle filosofie illuministiche e materialistiche del 700 e dell’800, riemerge nel XX secolo dalle indagini nuovamente empiriche e fenomenologiche intorno all’esistenza umana così com’è, e non come la nostra arroganza ideologica vorrebbe che fosse. E così, ad esempio, Martin Heidegger, nell’analitica esistenziale svolta in Essere e tempo, scrive: “Innanzitutto io non sono io nel senso del me-stesso che mi è proprio, ma sono gli altri nella maniera del Si” . Siamo cioè de-caduti da noi stessi entro le contraffazioni del mondo, e pensiamo come “Si” pensa, e facciamo ciò che “Si” fa etc.
Al contempo le indagini di Freud e di Jung ci mostrano una soggettività umana ben più stratificata e conflittuale di quanto i teorici liberali e marxisti potevano immaginare, vincolati alle loro antropologie unidimensionali, in cui il piano economico dovrebbe in fondo determinare quasi in forma automatica tutti gli altri aspetti della vita umana.

Il XX secolo filosofico, psicoanalitico, ma anche artistico e poetico, insomma, ci insegna che la alienazione umana, la sua schizofrenia interiore, è molto più radicale delle cause sociali che determinano poi le varie ingiustizie contro cui combattiamo. Non sono cioè innanzitutto queste cause sociali che determinano la nostra alienazione, per cui eliminando l’ingiustizia elimineremmo del tutto anche l’alienazione (illusione catastrofica del comunismo); quanto piuttosto è vero proprio il contrario: è cioè questa strutturale alienazione insita nell’io umano che produce poi ogni tipo di violenza e di follia, di ingiustizia e di sopraffazione, in qualsiasi condizione sociale possiamo trovarci, anche la più fortunata e ipoteticamente perfetta.
Senza togliere ovviamente nulla ai condizionamenti sociali e culturali che influenzano la vita degli individui, ma dando loro la giusta collocazione nella nostra terribile lotta contro il male.


Un nuovo dialogo tra culture laiche e tradizione cristiana

Nel 1967 lo psichiatra inglese Ronald Laing scriveva: “Nessuno oggi, uomo o donna, può mettersi a pensare, sentire o agire se non partendo dalla propria alienazione”. Qui la più avanzata cultura del 900, per vie del tutto laiche e razionali, riscopre una delle verità fondamentali del cristianesimo, e si potrebbe aprire perciò ad un inedito dialogo con questa tradizione, per collaborare ad inaugurare una nuova stagione di liberazione dell’uomo.

La fede cristiana infatti ha sempre saputo che l’io umano è un essere confuso e contraddittorio, tutt’altro che “razionale” nei propri comportamenti o univoco nelle proprie intenzioni. San Paolo, ad esempio, nella Lettera ai Romani, scrive: “Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto. (…) Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene, c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio” (7,15-19).

Ad un essere fatto così qualsiasi perorazione morale, qualsiasi appello alla responsabilità o al bene comune, e cioè alla propria forza di volontà o alla propria lucidità razionale, non sarà mai sufficiente. La sua angoscia, infatti, la sua confusione interiore, il suo lacerante senso di colpa, e la sua disperazione lo porteranno quasi sempre a ripetere i comportamenti distruttivi cui si è adattato fin dalla primissima infanzia.
E’ tempo di prendere molto sul serio questa evidenza e trarne le dovute conseguenze sia sul piano educativo che su quello politico.

Vogliamo insomma portare avanti per davvero i processi di liberazione che la modernità ha avviato da circa 500 anni? Vogliamo costruire una società davvero più fraterna e pacifica, e cioè meno dominata dall’angoscia e dalla scissione interiore, che generano poi ogni tipo di avidità e di violenza? E vogliamo infine liberare un’azione all’altezza delle sfide finali del presente? E allora dobbiamo ampliare e approfondire la nostra riflessione sull’essenza dell’uomo, dobbiamo smetterla di fare prediche morali a persone che hanno solo bisogno di essere guarite dalla loro congenita alienazione, e dobbiamo incominciare a riformulare tutti i nostri itinerari educativi, da quelli familiari a quelli scolastici o universitari o professionali o catechetici o politici, o di qualsiasi altro genere, tenendo presente che l’io umano possiede una sua patologia intrinseca, una propria tendenza innata ad alienarsi, ad uscire da sé, e a diventare appunto altro da sé.

Benedetto XVI, nella sua ultima enciclica Caritas in veritate, scrive: “La sapienza della Chiesa ha sempre proposto di tenere presente il peccato originale anche nell’interpretazione dei fatti sociali e nella costruzione della società: ‘Ignorare che l’uomo ha una natura ferita, incline al male, è causa di gravi errori nel campo dell’educazione, della politica, dell’azione sociale e dei costumi (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 407’”(n. 34).
E così la tradizione cristiana, dialogando con le culture laiche più avanzate, può indicare la propria interpretazione della causa originale di quello stato di alienazione che comunque riscontriamo nella semplice (e spregiudicata) osservazione quotidiana della realtà.


Dal cuore integro l’azione liberata

Per cui il problema umano fondamentale di oggi non è: che cosa devo fare? Una domanda che potrebbe ancora spingerci a seguire nuovi impulsi moralistici e attivistici, magari del tutto alienati. Ma: come posso incamminarmi verso quella integrità del cuore in cui potrò comprendere quale azione corrisponda alla mia più autentica natura? Come posso cioè guarire, e dis-alienarmi, liberandomi da ogni sovrastruttura mentale, anche moralistica, per esprimere finalmente nella mia vita tutta la ricchezza che sento soffocare dentro di me? Come posso essere me stesso, agire cioè per amore, e amare per creare, per generare nuova vita? Come posso, in altri termini, compiere il mio destino e vivere un’esistenza riuscita e felice? Queste sono oggi le domande per davvero rivoluzionarie, assolutamente moderne, per dirla con Rimbaud, e al contempo assolutamente spirituali, e cristiane.

Queste domande, bisogna ripeterlo, sono di per sé del tutto laiche e razionali, premono cioè nel cuore di tutte le persone che incontro, ad esempio, nei miei Gruppi, credenti o non credenti che siano. Sono domande che danno voce alle esigenze della svolta antropologica in atto, della tremenda crisi di crescita che stiamo vivendo tutti sul pianeta in quanto esseri umani, e che la fede cristiana però può illuminare dal suo punto di vista, mostrando che il travaglio critico in atto non proviene che dall’emersione comunque sconvolgente di quella Nuova Umanità, appunto dis-alienata, che sta nascendo sulla terra, e che fu inseminata per sempre nel corpo umano attraverso il mistero dell’Incarnazione di Cristo.

In conclusione, l’attuale blocco dell’azione creativa, questa stasi a volte asfissiante delle anime e dei cuori, non è primariamente un problema morale, quanto piuttosto un’emergenza psico-spirituale, e al contempo uno degli effetti di un salto evolutivo di portata antropologica. Siamo chiamati cioè a trovare una connessione più stretta con le fonti della nostra vita e della Grande Vita in cui siamo inseriti, e da cui tendiamo sempre ad alienarci, uccidendoci. Solo questa connessione più intima e profonda, questa inedita centratura del nostro essere, che dà poi forma nuova alla nostra identità/soggettività umana, ci ispirerà poi anche la giusta azione.

In termini cristiani possiamo dire che dovremmo comprendere con inedita profondità queste parole di san Paolo: “E’ Dio infatti che suscita in voi il volere e l’operare secondo i suoi benefici disegni” (Fil 2,13). Per cui, se vogliamo farci per davvero tramiti dei disegni di Dio, e non dei nostri progetti spesso folli, dobbiamo imparare ad ascoltare le nostre profondità spirituali, molto al di là del nostro io, prima di decidere cosa fare. Dobbiamo anzi diffidare del nostro attivismo, del nostro volontarismo, spesso generati proprio dalle nostre parti più alienate, e quindi più lontane dalla vera volontà di Dio, anche se magari camuffate con il consueto moralismo “religioso” e farisaico.

Per cui prima di chiedere agli uomini di diventare più respons-abili, e cioè capaci di rispondere, dovremmo aiutarli a diventare più audio-abili, e cioè capaci innanzitutto di ascoltare l’appello profondissimo alla libertà e alla verità cui siamo tutti chiamati a rispondere.

L’umanità del XXI secolo, in conclusione, potrà ritrovare lo slancio di un’azione creatrice, solo se accetterà di essere profonda-mente malata, se si disporrà perciò a farsi curare, e se di conseguenza comprenderà che l’azione oggi necessaria non può che sgorgare da un cuore sempre più re-integrato, più sano cioè, perché più in accordo con se stesso.
L’azione sociale e politica, nuova-mente entusiasmante, del XXI secolo dovrà fiorire da questa nuova antropologia, e dai progetti pedagogici e politici che ne deriveranno.



Pubblicato nella Rivista "Formazione e Lavoro", 2009/3

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