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Nuove Visioni



16 maggio 2011

Lettera ai miei figli sulla bellezza del matrimonio
In occasione dei 25 anni di unione coniugale con Paola

Cara Gloria, cara Chiara, e caro Gabriele,

ho pensato di scrivervi in occasione dei 25 anni di matrimonio con vostra madre, Paola, per riflettere con voi sulla crisi che sta attraversando la relazione coniugale, sulle sue cause, e sui suoi possibili sbocchi evolutivi. La questione infatti vi riguarda direttamente, dato che avete 23, 22, e 17 anni; ma vi prego di comprendere al più presto che i nostri problemi personali trovano possibilità molto maggiori di chiarimento e di risoluzione se vengono visti e inquadrati nei contesti collettivi, storici e culturali, in cui nascono. Un grandissimo errore della cultura del nostro tempo, fonte di un notevole aggravio della sofferenza individuale, consiste proprio nella privatizzazione delle problematiche esistenziali, nella loro riduzione psicologistica a fatti privati appunto, privati del loro sfondo umano, che è sempre universale, ampio, comune e condiviso, come il tessuto delle nostri carni, fatto del filo delle medesime sostanze di cui sono fatti la terra, i cieli, e le stelle.


Il matrimonio: un’istituzione in crisi

La prima cosa che constatiamo è che il matrimonio è un’istituzione profondamente in crisi. I dati statistici ci indicano che non solo il matrimonio, ma la stessa coppia vive una instabilità crescente. E’ come se fosse sempre più difficile costruire relazioni durature, e tutto diventasse sempre più fluido, sfilacciato: amore liquido, come lo chiama il sociologo polacco Zygmunt Bauman.

Vi ricordate la serie televisiva Grey’s Anatomy? Quei telefilm descrivevano molto bene questa situazione nello scenario di un ospedale americano. Tutti i protagonisti, giovani e meno giovani, erano espertissimi chirurghi, persone dotate di capacità tecniche sorprendenti, ma poi si rivelavano dei bambini impacciati nei loro rapporti affettivi. I maschi erano sempre incerti, indecisi, inconsistenti, e inaffidabili; mentre le donne si mostravano dure e inaccoglienti, come Cristina Yang, oppure costantemente doppie e irrisolute, come la stessa Meredith. In questo clima di lavori pesantissimi e di relazioni irrealizzabili, sempre a contatto con la sofferenza dei malati, e con la morte, non riesce a nascere niente di solido, non si realizza nessuna coniugazione, e quindi non si sviluppa nessuna fecondità. Le persone restano irrelate tra di loro, oppure relate in modo simbiotico e malato, per cui si scontrano e si accoppiano, si attraggono e si respingono come palline di un flipper.

Come spesso accade queste serie americane riescono a raccontare le problematiche contemporanee con una profondità e una acutezza poetica che qui in Italia sarebbero semplicemente impensabili, non solo nelle sceneggiature televisive, che continuano a oscillare tra san Filippo Neri e i Cesaroni, tra santini e cliché romaneschi, e cioè tra un cattolicesimo sostanzialmente ateo e un ateismo tutto cattolicheggiante; ma perfino in tanta letteratura e saggistica alla moda, paralizzate dai pregiudizi ideologici di un Novecento senza fine.


Le interpretazioni correnti della crisi

Ma come mai, figli miei, sembra sempre più difficile amare? Come mai in un mondo iperconnesso, in cui siete amici di 3/400 persone su Facebook, e scambiate opinioni con mezzo mondo in tempo reale, le relazioni fondamentali sembrano indebolirsi fino a sfinirsi, a diventare impossibili, tanto che circa la metà dei matrimoni celebrati negli USA sono ormai secondi matrimoni, e in 15 paesi della Unione Europea in 15 anni sono falliti più di 10 milioni di unioni coniugali?

Di fronte a problematiche di questa portata troverete nel mercato delle idee due chiavi interpretative a poco prezzo. Vi prego, ragazzi, non acquistate questa merce dozzinale. Dovete imparare a pensare le cose più a fondo, se volete conquistarvi una autentica libertà interiore. La libertà, infatti, per buona parte è una conquista del pensiero, di un pensiero appunto che si libera piano piano da tutte le concezioni errate e anguste, e che ci rendono schiavi, massa, sudditi, plebe. In altri termini, è la conoscenza della verità che ci rende liberi, come ci ricordò Gesù, che in realtà è ancora uan volta il grande maestro del terrae-motus in atto, il suo vero propulsore. Ma su questo punto dovremo tornare…

Per ora desidero solo mettervi in guardia dalle due interpretazioni spaventosamente superficiali che circolano intorno alla crisi del matrimonio.
La prima sostiene in pratica che le coppie scoppiano in quanto saremmo diventati tutti più egoisti, più individualisti, meno capaci di fare sacrifici, e avanti così con una sfilza di asserzioni retoriche e di analisi infondate e spesso assurde sui “bei tempi andati”, in cui queste meravigliose “famiglie cristiane” producevano poi, non si sa come, società capaci di massacrarsi vicendevolmente ad ogni generazione e dominate da valori e pratiche sociali ben poco evangelici…
La seconda opinione, più postmoderna e politicamente corretta, ci dice che invece i matrimoni non durano più di qualche fugace stagione, o luna di miele, semplicemente perché saremmo diventati tutti più liberi, più sinceri, più fedeli ai nostri sentimenti, per cui andremmo felicemente dove ci porta il cuore… Peccato però che questa umanità così tanto “liberata” risulti poi sempre più infelice, depressa, psicolabile, e soggetta a dipendenze di ogni tipo…


La crisi dell’io bellico e del suo mondo

No, ragazzi, queste risposte non ci dicono proprio niente di utile, non ci aiutano, perché sono miopi e unilaterali. Credo che, tanto per incominciare a pensare in modo un po’ più serio, bisognerebbe ricordare che non è solo il matrimonio e la famiglia a vivere questo sconvolgimento, ma che da oltre un secolo tutte le istituzioni antropologiche fondamentali attraversano un travaglio trasformativo senza precedenti. Lo Stato come la scuola, la Chiesa come l’esercito, l’università come i partiti e i sindacati, tutte le aggregazioni umane sono prese nel vortice di un rivolgimento antropologico in cui siamo chiamati a ridefinire i lineamenti della nostra umanità, che cosa significhi cioè essere un uomo e una donna sul pianeta terra. E questo processo sta avvenendo proprio criticando e trasformando abitudini, consuetudini, e concetti, che hanno dominato culture e società umane per millenni.

Questo travaglio rigenerativo, come ben sapete, sta toccando innanzitutto le definizioni, i contenuti essenziali delle nostre identità di genere. Stiamo riformulando le caratteristiche dell’essere maschio e dell’essere femmina, il che ovviamente mette in crisi tutte le forme relazionali tra i due sessi a tutti i livelli, dal piano erotico a quello del lavoro o della gestione della casa. Da qui deriva l’attuale crisi del matrimonio, altro che individualismo postmoderno…

Noi proveniamo da millenni di cultura della separazione e della contrapposizione, in cui le diverse identità (essere maschio e femmina, essere greco, romano, o ebreo, essere cristiano o musulmano, essere di destra o di sinistra, etc.) si rafforzavano appunto contra-ponendosi le une alle altre. Proveniamo in altri termini da mondi psico-storici sostanzialmente bellici, fondati sulla guerra.
Sul piano della relazione coniugale maschio-femmina vigeva la stessa netta separazione: al maschio veniva delegato il mondo esterno, il lavoro, il potere, la parola, la durezza, la ragione, e appunto la guerra; mentre alla femmina veniva lasciato il mondo interno e interiore, la casa, l’educazione dei bambini, la cucina, i sentimenti, la cura, etc.

Questa netta separazione produceva una coniunctio, e cioè una unione sentimentale/mentale/sessuale/spirituale tra i coniugi molto parziale, anche se magari i matrimoni potevano sembrare più solidi; ma la loro solidità non era fondata sull’intensità relazionale, e cioè sul vero amore, ma spesso solo sulla forza delle consuetudini e dei divieti sociali, o addirittura delle durissime leggi penali, come è tuttora in molti paesi musulmani.

La crisi novecentesca di tutte le figurazioni antropologiche di tipo bellico ha progressivamente incrinato anche questo tipo di relazione coniugale, mostrandone la natura ipocrita, soffocante, e spesso profondamente violenta, specialmente nei confronti della donna.
Quella che è in crisi cioè non è affatto la “famiglia cristiana” fondata sull’amore, che è sempre stata un fenomeno molto minoritario, ma la famiglia patriarcale egoico-bellica. Ed entra in crisi proprio perché le donne e gli uomini di oggi vorrebbero coniugarsi in modo più profondo e vero dei loro nonni e dei loro padri, solo che ancora non sappiamo bene che cosa questo significhi, né per quali vie dovremmo incamminarci per ottenere questo scopo.

Questa crisi cioè, figli miei, è una crisi di crescita, è una cosa buona e giusta, anche se molto pericolosa. Tenetevi saldi a questa buona notizia che vi sto dando: la crisi antropologica in atto è una crisi per il rinnovamento della vita, e non per la morte.


Una nuova umanità, una nuova coniugalità

Oggi tutti noi aneliamo a rapporti sentimentali e coniugali molto più intensi e autentici, ma spesso ci illudiamo che questi rapporti cadano dal cielo, o dipendano da incontri fortunati. Non vogliamo ancora comprendere che l’intensità della coniunctio, a tutti i livelli, dalla sessualità alla spiritualità, dipende interamente dalla nostra capacità di viverla, direi di sopportarla, di renderci disponibili ai processi trasformativi che induce e che richiede. Per cui alla prima o alla seconda o alla centesima difficoltà rompiamo la relazione e ce ne cerchiamo un’altra, nella quale il più delle volte ritroveremo più o meno i medesimi problemi, ma molto prima e con maggiore dolore e frustrazione…

La famiglia insomma, figli miei, non va difesa, non è una specie in estinzione da tutelare, ma va rivelata nel suo mistero coniugativo. Ci troviamo nel momento fatale della storia del pianeta in cui possiamo comprendere ad un livello finora mai raggiunto che cosa sia veramente l’unione tra un uomo e una donna, quale mistero di integrazione e di salvezza personali essa porti con sé, e quali cammini richieda per compiersi.

Stiamo finalmente uscendo dal matrimonio inteso come tomba della libertà e della creatività delle donne (ricordate Ibsen?), come tomba della spiritualità degli uomini (da san Paolo a Nietzsche), come gabbia, clan, famiglia in senso mafioso, in cui si perpetrano i peggiori delitti mascherandoli da manifestazioni di amore (Freud). Stiamo uscendo da tutta la storia bellica che abbiamo alle spalle. Stiamo ricreando i lineamenti biologico-spirituali dell’uomo, della donna, e quindi della loro unione, che, per i cristiani, è la stessa immagine di Dio. Se l’immagine di Dio è l’unione maschio-femmina (Gen. 1,27), la rigenerazione in atto di questa relazione fondamentale implica la ridefinizione della nostra stessa concezione di Dio. E non è proprio quello che vediamo? Non si stanno riformulando anche tutte le nostre immagini del divino e della relazione tra il divino e l’umano? Non stiamo creando i presupposti di una nuova età, di una nuova cultura, di una nuova umanità? Non sarà proprio lo Spirito di Cristo, che è l’Uomo Nuovo in noi, che sta distruggendo secolo dopo secolo tutte le figurazioni belliche, fasulle, e idolatriche che ancora dominano le nostre istituzioni sociali?


Il matrimonio da frutto della natura ad opera d’arte

Vedete, ragazzi, quando conobbi Paola, vostra madre, io avevo meno di 22 anni, e mi portavo dietro e dentro tutte le ferite della mia famiglia, la separazione dei miei genitori, ma anche le lacerazioni e gli squilibri del mio secolo. Una delle prime cose che dissi a Paola era che non avrei lavorato mai, e che mai mi sarei sposato. Per me non sposarmi era un piccolo gesto di anticonformismo che dovevo assolutamente fare, come suggeriva il mio maestro di allora, e cioè Friedrich Nietzsche, nel suo libro “Aurora”.
Ripensandoci adesso, più di 30 anni dopo, e dopo un quarto di secolo di matrimonio, ritengo che in fondo io non abbia cambiato idea.

Io rifiutavo e rifiuto tuttora con tutto il cuore un certo modello di matrimonio, inteso come prodotto della natura, obbligo “conigliesco” di procreazione, di continuazione della specie, e rigida convenzione sociale, e d’altra parte non conoscevo altri modelli. Io mi sono sposato con Paola, dopo 8 anni di unione, nel 1985, solo allorché ho intuito, grazie all’amore, alla pazienza, e alla fiducia assoluta che vostra madre ha sempre avuto nella nostra relazione, che l’unione con lei non solo non ostacolava l’opera che cresceva dentro di me, ma ne era una condizione indispensabile. Io mi sono potuto e voluto sposare solo quando ho intuito il matrimonio come luogo fondamentale della mia realizzazione umana, e come cuore della stessa mia creazione poetica, teoretica, e spirituale. Per me il matrimonio, la coniunctio oppositorum, è il luogo mistico e misterico in cui due persone diventano Uno, Una Cosa tra loro, e quindi si salvano, scoprendosi Uno con l’Uno e con il Tutto: Uno con Dio: divini e umani: pro-creatori, nel Nome del Signore.

Questo dovrà rivelare di sé il matrimonio. Questo è il suo futuro: il matrimonio come opera d’arte, e l’opera d’arte come cammino iniziatico di divinizzazione, di realizzazione dell’essenza divina dell’essere umano, che è Figlio di Dio: generato dal Padre, nel Principio, e cioè proprio ADESSO, e per sempre, per proseguire la sua opera creativa negli infiniti spazi pluridimensionali dell’universo.


Il matrimonio come processo iniziatico

Ma questo salto evolutivo, questa nuova coniugazione matrimoniale tra i due opposti sessuali, il maschio e la femmina, implica un confronto costante e laborioso con tutti gli elementi interiori della nostra anima che non vogliono coniugarsi proprio per niente, che non vogliono per niente al mondo fare la pace, ma si arroccano nelle vecchie difese, e perciò si isolano, si chiudono in se stessi, e fanno sostanzialmente la guerra a tutti gli altri, e all’intero creato.

In tutti noi c’è una parte che vorrebbe tanto amare ed essere amata, ed un’altra che resiste e sabota tutti i buoni propositi della prima. Può essere un piccolo ego maschile, un dodicenne ferito e rissoso, che vuole dominare la donna, perché non sa amarla, e diventa magari un qualche ennesimo “dottor Bollore”, un libertino, un dongiovanni, e cioè un maschio impotente, incapace di vera coniugazione, che scaricherà le sue frustrazioni tra sesso telematico, viaggi in Thailandia, e frenetico attivismo lavorativo. Oppure può esserci in noi un maschietto intimorito, che evita le donne, perché ha paura di essere un incapace, o di essere indegno di vivere e di essere amato, e finisce per compensare il vuoto interiore in qualche spiritualismo orientale o cristiano, oppure diventando un “intellettuale” logorroico o un politico indaffaratissimo, e così via. Può esserci ancora in noi una bambina raggelata e contratta, che ha terrore del maschio, e non sa abbandonarsi al piacere, perché ha paura che l’abbandono significhi farsi schiavizzare, e magari finirà teorizzando l’amore tra donne o la “tenerezza” sterile. O ancora possiamo coltivare in noi una bambina perennemente delusa che non vuole crescere, non vuole tirare fuori la testa, non vuole esistere in pienezza, prendersi le proprie responsabilità, e perciò preferisce deprimersi e impigrirsi, sfogando la propria frustrazione tra chirurgia estetica, disturbi alimentari, e psicofarmaci.

Insomma tante sono le parti immature in noi che vanno curate, se vogliamo che la coniugazione proceda, che il matrimonio diventi ciò che è: l’opera d’arte della nostra integrazione interiore e della nostra unificazione con l’altro/a e con il mondo.
Tutto questo non ce lo dice ancora con chiarezza nessuno.
Ma è bene, figli miei carissimi, che voi comprendiate presto che imparare ad amare, e cioè incamminarci per davvero verso quella nuova umanità relazionale, che sta nascendo sulla terra, richiede un lavoro interiore costante e regolare. Il lavoro interiore di autoconoscimento e di trasformazione diventerà infatti una parte essenziale della vita quotidiana dell’uomo e della donna del prossimo secolo, e della stessa coppia, come il pranzo e la cena, come l’igiene personale o la cura della casa.

Il matrimonio della nuova umanità infatti non è niente di statico o di acquisito una volta per tutte, bensì un processo continuo, dinamicissimo, un processo tremendamente reale di confronto e di dissoluzione di tutte le nostre resistenze all’unione: è un processo “mistico”. E noi oggi dobbiamo comprenderlo e favorirlo, invece di insistere retoricamente sulla sacralità formale del sacramento, o intorbidire le acque confondendo la coniugazione maschile/femminile, il matrimonio, con altre forme di unione, come quella omosessuale, che potranno anche avere una qualche regolamentazione giuridica, ma che non posseggono alcun carattere iniziatico.

Un’ultima parola. Questo processo coniugativo è radicalmente un processo conoscitivo: Amore e Conoscenza sono lo stesso Spirito che ci guida verso l’Unità, lo Stato Unitario, che chiamiamo Regno di Dio.
Ci conosciamo l’un l’altra, dunque, procedendo anno dopo anno, e decennio dopo decennio, nella conoscenza di noi stessi, e quindi del nostro destino di esseri umani, aperti all’Infinito Amore che tutto crea e tutto rigenera. E questa conoscenza unitiva ha a che vedere indissociabilmente con la parola (comunicazione verbale) e con l’eros e la sessualità (comunicazione fisica). E’ importante che questi due livelli procedano in armonia: non ci può essere cioè un’autentica intimità erotica (che è tanto sessuale quanto mentale, affettiva, e spirituale), se non cresce l’intimità relazionale nella comunicazione. E d’altronde i limiti della nostra intimità sessuale ci segnalano sempre problemi comunicativi, zone che resistono ancora e che non vogliono farsi conoscere fino in fondo.

Viene il tempo, ed è già ora, in cui il matrimonio sarà concepibile solo come opera d’arte e come cammino spirituale di integrazione e di salvezza. Dobbiamo perciò creare luoghi concreti in cui le persone e le coppie, specialmente nei primi anni di matrimonio, possano essere aiutate e accompagnate in questo processo.
Vi auguro con tutto il cuore, figli miei, che possiate vivere questa straordinaria avventura con gioia crescente, e con coraggio e fede costanti.



Pubblicato nella Rivista Formazione e Lavoro , 3/2010

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