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Nuove Visioni



4 giugno 2012

Il tempo della nuova coscienza
La rigenerazione in atto del cuore dell'uomo

Tornare ad interrogarci sulla natura della coscienza

Ogni uomo fa esperienza di un costante dialogo interiore, quasi in ogni momento della giornata ci interroghiamo su cosa fare, su cosa sia giusto fare o dire, scegliere o rifiutare, su cosa sia bene e cosa sia male, e percepiamo molteplici suggerimenti e impulsi dentro di noi, spesso anche contraddittori. Ma con che cosa entriamo in discussione veramente?

Questa domanda in realtà chiede molte cose al contempo: che cosa contatta l’uomo nelle proprie profondità: Dio o le norme sociali e familiari introiettate fin dall’infanzia? E come sono fatte poi queste profondità che spesso sembrano parlare con voci discordi e differenti? Sussiste per davvero in noi una dimensione divina che ci guida e ci offre il giusto orientamento morale? La voce della coscienza che ci sembra di percepire è cioè realmente e sempre la voce diretta di Dio, che esprime perciò una verità che supera ogni nostro giudizio e limitazione personali e storici, una verità cioè assoluta? E come mai questa voce può indicare come bene e come male cose del tutto diverse a seconda delle persone, delle culture, o delle epoche?

Interrogarci sulla natura della “coscienza” e della sua voce interiore significa in altri termini confrontarci con tematiche fondamentali, quali: l’essenza e l’origine della legge morale, l’inabitazione di Dio nell’uomo, la rivelazione storica e graduale della sua verità in noi, e l’essenza della nostra libertà, del nostro libero corrispondere o meno alla voce dell’Assoluto.

Ovviamente noi qui non potremo affrontare in profondità queste questioni capitali, ciò che vorrei mostrare è solo che anche in questo ambito riflessivo siamo giunti ad un punto di radicale ricominciamento, che richiede un approfondimento inedito delle questioni. In altri termini anche per riflettere seriamente sui temi della coscienza, della morale, e della voce di Dio in noi, siamo chiamati a compiere una specie di salto di qualità rispetto alle risposte che finora abbiamo elaborato. Ci troviamo infatti sul crinale di una grandiosa svolta antropologico-culturale che sta mettendo in crisi e trasformando molte delle concezioni e delle consuetudini tradizionali in ogni ambito della vita personale, sociale, e religiosa del pianeta, spingendoci appunto verso una forte dilatazione della nostra coscienza.


Lo sviluppo della voce della coscienza lungo la storia

Facciamo dunque alcuni piccoli passi in questa direzione.
Nell’Occidente cristiano, a partire dalle Confessioni di Sant’Agostino, si è affermata l’idea che l’uomo possa dialogare con se stesso, e che nelle profondità della propria coscienza ognuno possa contattare la voce di Dio: “Ritorna alla tua coscienza, interrogala… Fratelli, rientrate in voi stessi e in tutto ciò che fate, fissate lo sguardo sul Testimone, Dio.”

Questa concezione, in realtà, si ritrova già nei filoni filosofici precedenti, nello stoicismo e nel neoplatonismo, per non parlare del concetto di Testimone, proprio della spiritualità orientale, e hindu in particolare. Probabilmente questa esperienza si è sviluppata in varie parti del mondo in quel periodo assiale, che Jaspers colloca tra il IX e il III secolo avanti Cristo. Fu in quei secoli infatti che grandi riformatori quali Buddha e Isaia, Lao Tse ed Ezechiele, Pitagora, Confucio, e Socrate, aprirono quasi simultaneamente le porte all’idea e all’esperienza della coscienza e della responsabilità personali. Prima di quella fase gli uomini erano certamente molto meno interiorizzati, e la loro coscienza coincideva in modo quasi immediato con la norma sociale, con la legge del proprio popolo. E’ interessante notare, a tal proposito, che nei libri più antichi del Primo Testamento l’unica voce che ha valore non è certo quella della coscienza individuale, ma quella di Dio: una voce sostanzialmente esterna.

Ma torniamo al dialogo interiore con la propria coscienza.
La Chiesa cattolica mantiene tuttora la concezione agostiniana, ribadita anche nella Costituzione conciliare Gaudium et spes (n. 16), e ripresa nel suo Catechismo (n. 1776): “Nell’intimo della coscienza l’uomo scopre una legge che non è lui a darsi, ma alla quale invece deve obbedire e la cui voce, che lo chiama sempre ad amare e a fare il bene e a fuggire il male, quando occorre, dice chiaramente alle orecchie del cuore: fa questo, fuggi quest’altro. L’uomo ha in realtà una legge scritta da Dio dentro al suo cuore (…) La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli si trova solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità propria”.

Ebbene già qui sorgono domande cruciali ed inquietanti, alle quali oggi non possiamo più esimerci di rispondere con grande precisione:
1. Quando sosteniamo che nell’uomo sussisterebbe questa limpida cognizione del bene e del male, di quale uomo stiamo parlando? Di ogni uomo in ogni tempo? Dell’uomo appartenente ad ogni cultura e religione e società, dalla preistoria fino ad oggi? Tutti gli uomini avrebbero cioè nel loro cuore questa “legge scritta da Dio”, la stessa e medesima legge che sancirebbe in modo chiaro e definitivo che cosa sia bene e che cosa sia male? I Bantu come i Romani, le popolazioni primitive dell’Amazzonia, il ragazzo centroafricano di centomila anni prima di Cristo come il contadino medioevale della Siberia o l’attuale abitante di New York? Oppure parliamo soltanto dell’uomo che abbia aderito alla Rivelazione cristiana, e che abbia perciò incominciato a convertirsi, e quindi proprio a modificare radicalmente la propria coscienza “naturale”? Stiamo cioè parlando dell’uomo in senso generico, oppure soltanto dell’uomo che si ponga sotto l’azione dello Spirito Santo, che appunto è in grado di correggere e di illuminare le nostre coscienze, altrimenti offuscate dalle tenebre della caduta, come dice bene in altro luogo lo stesso Catechismo della Chiesa cattolica: “La coscienza buona e pura è illuminata dalla fede sincera” (1794)? Ed inoltre anche quest’uomo cristianizzato accede sempre e con chiarezza alla voce di Dio, oppure anch’egli procede ad assimilarne la luce lungo un processo personale e storico molto complesso?
2. E ancora, quando sosteniamo, sempre nel Catechismo, che: “La coscienza morale è un giudizio della ragione mediante il quale la persona umana riconosce la qualità morale di un atto concreto” (1778), di quale ragione stiamo parlando? Della ragione dell’uomo decaduto oppure della ragione purificata e convertita dall’adesione alla Parola di Dio e dalla ricezione del suo Spirito, come precisa Giovanni Paolo II nell’Enciclica Dominum et vivificantem: “Divenendo ‘luce dei cuori’, cioè delle coscienze, lo Spirito Santo ‘convince di peccato’, ossia fa conoscere all’uomo il suo male e nello stesso tempo, lo orienta verso il bene “ (n. 42)?
3. Insomma la voce della coscienza e quindi l’introiezione della legge morale, come verità divina, appartiene alla natura umana come tale, oppure viene conquistata lungo un faticoso processo storico e personale, che culmina con i tempi della Rivelazione cristiana, e proseguirà fino alla fine di questo mondo? Infatti, se anche possiamo ritenere che la legge di Dio sia inscritta nelle profondità ultime della nostra umanità, creata appunto ad immagine dello stesso Creatore, se certamente, come sostiene Benedetto XVI, “è stato infuso in noi qualcosa di simile ad una originaria memoria del bene e del vero” , noi però ci siamo talmente allontanati da noi stessi, pervertiti e distorti, che ci è voluta tutta la millenaria pedagogia di Dio e l’Incarnazione del suo Verbo nell’uomo per riconnetterci a quella memoria, purificandola dalle distorsioni millenarie che la avevano brutalmente contraffatta.
E direi, tra l’altro, che ci sia ancora moltissimo lavoro da fare….

In questa nuova soglia epocale dobbiamo cioè
comprendere molto meglio il travaglio sia storico-culturale che direi psicologico-personale che l’umanità ha dovuto e deve tuttora percorrere per raggiungere una coscienza che esprima per davvero un’eco della vera voce di Dio.


La fatica dello Spirito per trasformare la coscienza

Credo che oggi sia indispensabile uscire del tutto dall’ambiguità concettuale che da una parte attribuisce la retta coscienza ad una sorta di (mai ben chiarito) stato di natura dell’essere umano, mentre dall’altra la si fa derivare giustamente dai processi storici e dalle conversioni personali, operati dalla grazia di Dio, donataci in pienezza dal Cristo. Insomma la coscienza umana diventa retta soltanto attraverso un lungo e faticoso itinerario di trasformazione e di purificazione, che culmina certamente con il dono dello Spirito di verità offerto all’intera umanità dal Cristo Risorto, ma che è tuttora in corso e che anzi proprio ADESSO sembra giungere ad un nuovo scatto evolutivo fondamentale: “Il fatto che Cristo vada incontro all’uomo dell’era post-pasquale nella parola della predicazione, significa che una coscienza cristiana deve lasciarsi orientare dalla parola. La buona coscienza è quella di essere-nella-Parola, che è Cristo”(G. Jacob). E questo essere in Cristo (e quindi possedere una coscienza integra) è in realtà un divenire sempre di più Cristo (e quindi un conquistare una coscienza sempre più integra) processuale, giorno dopo giorno, millennio dopo millennio, tra mille controversie e discussioni.

Questa chiarificazione produce alcuni effetti molto rilevanti:
1. Innanzitutto ci aiuta a comprendere la relatività storica dei precetti e della coscienza morali, senza farci precipitare nel relativismo, in quanto è proprio Dio che si rivela, ma si rivela sempre ad una coscienza umana, che ne assimila la Verità lungo un processo storico molto tortuoso. Per cui il Dio (che si rivela alla coscienza) di Abramo è compreso da Abramo in modo molto diverso da come il Dio (che si rivela alla coscienza) di Mosè è compreso da Mosé: Dio è lo stesso, la Verità è la stessa, ma la sua assimilazione nella coscienza umana è molto diversa;
2. questa concezione processuale (e radicalmente biblica) della rivelazione di Dio, attuata sempre attraverso un dialogo complesso e difficile con la coscienza umana, ci porta poi a comprendere la soglia nuova in cui ci troviamo adesso rispetto allo sviluppo storico della coscienza umana, illuminata dallo Spirito di Cristo;
3. e così ci spinge anche a rilanciare i processi di revisione culturale e di conversione personale che l’attuale scatto di coscienza invoca e richiede.

Innanzitutto dunque in questa prospettiva processuale (del rivelarsi della verità di Dio e dell’assimilazione del suo Spirito da parte della coscienza dell’uomo) possiamo rispondere alle critiche che la concezione acritica e antistorica di una coscienza morale “naturale” e innata ha subìto almeno a partire dai Saggi di Montaigne (1580), fino a Nietzsche e alla psicoanalisi. Noi infatti, più abbiamo studiato le civiltà umane e più ci siamo resi conto dell’incredibile varietà dei costumi morali e quindi anche delle concezioni di ciò che sia “il bene”, che le diverse società hanno elaborato lungo i millenni. Per un Mundurucù, per fare un esempio estremo, appartenente ad una popolazione primitiva di cacciatori, il bene consisteva semplicemente nel tagliare la testa del nemico, e probabilmente la sua coscienza gli rimordeva molto se non ne tagliava almeno una per il bene della sua tribù. Per un azteco poi era bene fare molte guerre per catturare migliaia di nemici cui strappare il cuore ancora palpitante da offrire al Dio Xipe per la sopravvivenza del cosmo. In lui probabilmente il Dio Xipe gli ingiungeva “alle orecchie del cuore” di contribuire a quelle stragi, e così via.

Ma, anche se veniamo più vicini alla nostra tradizione ebraico-cristiana: la legge morale, e quindi il bene che la voce di Dio ispira a Samuele, ordinandogli di sterminare gli Amaleciti “uomini e donne, bambini e lattanti” (1Sam 15,3), o quella che spinge Elia a sgozzare i quattrocento profeti di Baal nel torrente Kison, “dove li scannò” (1Re 18,40), è forse identica ai principi che oggi ispirano la nostra coscienza? Che rapporto c’è tra la coscienza morale di colui che addirittura parlava faccia a faccia con Dio, e cioè di Mosé, che ordina di trucidare tremila Israeliti che avevano adorato il vitello d’oro: “uccida ognuno il proprio fratello, ognuno il proprio amico, ognuno il proprio parente” (Es 32,27), e ciò che oggi ci dicono i Papi, che cioè mai e poi mai si può uccidere in nome di Dio? E infine l’ordine che Dio dà a Mosé di lapidare gli adulteri, e che sicuramente ha spinto migliaia di Israeliti a trucidare in buona coscienza infinite schiere di persone, che rapporto ha con l’azione di Gesù che invece salva l’adultera e vieta qualsiasi giudizio di morte sul peccatore?

Ma andiamo ancora oltre, ed entriamo proprio dentro la nostra storia cristiana, e chiediamoci: che rapporto c’è tra la coscienza morale che spingeva Papi come Innocenzo IV a legittimare in nome di Dio la tortura (Bolla Ad extirpanda 1252), o addirittura santi come Tommaso d’Aquino a giustificare la morte per gli eretici, rispetto all’attuale rifiuto universale di simili pene che oggi stiamo faticosamente conquistando, per non parlare dell’amore dei nemici invocato dal Cristo?

Insomma questa voce interiore, questo Dio che dovrebbe indicarci con chiarezza e precisione “razionali” cosa sia bene e cosa sia male, sembra manifestare lungo i secoli una legge molto variabile, per cui lo stesso Decalogo, lo stesso comandamento di “Non uccidere” può assumere contenuti addirittura opposti tra di loro perfino entro le coscienze degli stessi fedeli cristiani….

Dobbiamo in altri termini comprendere molto meglio che la realizzazione della coscienza retta, e quindi la comprensione della verità di Dio, è davvero un lungo e tortuoso cammino che procede a fatica dentro le storie dei popoli e delle persone, e anche lungo la storia della salvezza e dello stesso cristianesimo storico. Lo Spirito di Cristo penetra cioè a fatica dentro le rocce quaternarie della nostra follia, che è sempre pronta a fraintenderlo e a controfigurarlo: “Lo Spirito di verità, che ‘convince il mondo del peccato’, s’incontra con quella fatica della coscienza umana, di cui i testi conciliari parlano in modo suggestivo. Tale fatica della coscienza determina anche le vie delle conversioni umane” (Dominum et Vivificantem, n. 45).


La nuova coscienza

In secondo luogo dobbiamo comprendere che questo processo evolutivo sta raggiungendo un nuovo traguardo di portata antropologica: la coscienza umana, illuminata e trasformata lungo i secoli dall’azione dello Spirito di Dio, sta oggi arrivando a smascherare moltissime concezioni culturali e religiose che lungo tutti i millenni della storia del pianeta hanno deformato l’uomo, spingendo la sua coscienza a ritenere giusto, e magari morale e addirittura “santo”, ciò che era in realtà profondamente sbagliato e contrario alla volontà di Dio.

In altri termini, non solo la coscienza individuale può errare, per cui, come dice Benedetto XVI, i membri delle SS “portarono a compimento le loro atrocità con fanatica convinzione ed anche con un’assoluta certezza di coscienza” ; ma anche la coscienza di un popolo o di una intera civiltà, addirittura fondata sulla fede in Dio e magari in Cristo, può essere gravemente distorta, e oggi siamo chiamati a rivederne tutti i presupposti (teologici) errati, e cioè le immagini di Dio deformi che la hanno ispirata.

Noi ci troviamo cioè in un punto cruciale della storia del pianeta Terra in cui sembra che la coscienza umana stia compiendo per davvero un salto di qualità, rifiutando molto più a fondo qualsiasi uso del male a scopo di bene, qualsiasi compromesso (teologico, e quindi umano) con il male, con l’ingiustizia, e con la violenza. In termini cristiani potremmo dire che lo Spirito di Cristo stia illuminando le nostre coscienze fino a farci comprendere quanto male abbiamo fatto e continuiamo a fare nella storia proprio in nome del bene, della legge morale, della famiglia, delle nazioni, delle classi sociali, delle religioni, o addirittura in nome di Cristo.

Stiamo cioè smascherando l’uso distruttivo e omicida che l’io vecchio, nato dal peccato, ha continuato e purtroppo continua spesso a fare perfino dei contenuti della fede cristiana o dei migliori ideali della nostra civiltà.
Da questa nuova consapevolezza sorse tra l’altro anche la richiesta di perdono che Giovanni Paolo II volle formulare a Dio nella Prima Domenica di Quaresima del 2000, per entrare nel III millennio con una coscienza ecclesiale appunto purificata.

Questo grandioso passaggio antropologico, che è ormai da tempo in atto, lo possiamo definire come la lunga transizione da una figurazione preminentemente egoico-bellica di umanità, in cui cioè ogni identità (sociale, nazionale, o religiosa) si rafforza nella contrapposizione violenta all’altro da sé, ad una figurazione tendenzialmente relazionale, in cui ogni identità si rafforza invece proprio aprendosi alla relazione trasformativa con ciò che non è se stessa.

Ecco perché tutte le istituzioni antropologiche sono oggi in crisi, dal matrimonio alla scuola, dagli stati alle chiese, dagli eserciti alle università: si stanno tutti faticosamente purificando.
E questo sta accadendo proprio perché le nostre coscienze iniziano a rifiutare tutte quelle forme secolari di civilizzazione che in nome del bene morale e sociale mascheravano e mascherano ancora crimini e violenze, ingiustizie e schiavitù.

Queste crisi cioè sono tutte crisi di crescita.
Di crescita proprio della coscienza.
Anche se la revisione concreta dei nostri errori millenari è appena cominciata, e incontrerà sempre tremende resistenze.

E’ questa nuova coscienza, però, più illuminata dallo Spirito della Nuova Umanità di Cristo, che sta ineluttabilmente emergendo in ognuno di noi e che sta avviando una sorta di Giudizio Universale su tutte le culture e le religioni della storia. E’ una umanità dalla coscienza più illuminata che sta criticando e condannando se stessa, rivedendo tutta la propria vicenda storica millenaria, come scrisse il filosofo francese Jacques Derrida: “l’umanità tutta sarebbe pronta ad autoaccusarsi di crimini contro l’umanità. Ad autoaccusare se stessa, a testimoniare da sé contro se stessa, ovvero ad autoaccusarsi da sé come se fosse persona diversa: se stessa come altro”.

E questo è possibile proprio perché è la nostra coscienza che sta cambiando, e quindi la percezione della nostra identità: ci stiamo tutti purificando delle figurazioni egoico-belliche del nostro io, personale, culturale, e religioso, e rivestendo quelle più relazionali, e quindi più pacifiche e tendenti all’unità.


Verso una grande conversione culturale e personale

Allora a che cosa siamo chiamati in questa fase cruciale della storia in cui la nostra coscienza sta compiendo un simile salto di qualità verso la propria più piena umanizzazione?

Credo che i compiti siano essenzialmente due:
Da una parte dobbiamo portare avanti con gioia ed entusiasmo questa grandiosa opera di revisione/purificazione di tutte le nostre concezioni filosofiche, teologiche, politiche e culturali, per liberarci di ogni residuo che appartenga all’epoca della coscienza ambigua, quella cioè che ancora legittima(va) il male in tutte le sue forme come strumento del bene.

Mentre dall’altra siamo chiamati ad elaborare nuovi e ben più profondi cammini di liberazione interiore, nei quali l’uomo e la donna contemporanei possano essere aiutati appunto a sviluppare questa nuova coscienza che sta tentando di emergere in noi: possano cioè riconoscere molto più a fondo le distorsioni mentali che ci arrivano dalla nostra famiglia, ma anche dalla nostra cultura e dalla nostra religione, per ricevere la luce dello Spirito di Cristo, che riplasma e purifica il nostro cuore conformandolo all’amore di Dio: “Questo è infatti il nostro vanto: la testimonianza della coscienza di esserci comportati nel mondo, e particolarmente verso di voi, con la santità e la sincerità che vengono da Dio” (2Cor 1,12).

Questi due compiti in realtà sono strettamente collegati tra di loro, in quanto la svolta antropologico-culturale in atto è intrinsecamente anche un rivolgimento interiore, una più profonda e radicale conversione del cuore, come ci suggerisce anche il Papa, quando ci invita a “vedere attraverso il momento attuale la necessità di una svolta, annunciarla, annunciare che essa non può avvenire senza una conversione interiore”.



Pubblicato nella Rivista della Conferenza Italiana Superiori Maggiori "Religiosi in Italia", Anno XVII n. 2/2012

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